DI LOREDANA LIPPERINI
loredana lipperini
Diciamo che da ieri sono imprigionata in una fantasia. Una fantasia adolescenziale, di quelle che denotano una non guarita sindrome da onnipotenza. Una fantasia perfettamente inutile.
Non appartiene, la fantasia, alla scrittrice, all’attivista, alla femminista. Dimenticatele. Troppe volte quelle donne che sono io e che vanno a comporre quella che sono hanno scritto di femminicidio. Troppe volte hanno motivato l’uso del termine, la lettura dei dati, la motivazione storica dei femminicidi. Troppe volte hanno proposto la via culturale che si oppone al rafforzamento delle pene, alle leggi speciali, alla politica del pugno duro. Troppe volte hanno ripetuto che è faccenda che si risolve insieme, donne e uomini, e che non c’è atto di accusa alcuno al genere maschile in questi casi, non c’è rabbia, non c’è risentimento. Troppe volte hanno sostenuto che una e una sola è la strada, quella dell’educazione sentimentale e di genere (sì! di genere!) nelle scuole. Troppe volte hanno firmato appelli, petizioni, scritto post, scritto articoli, scritto libri. Troppe volte hanno discusso sui social con:
quelli e quelle che la parola femminicidio è brutta
quelli e quelle che non è vero che le donne muoiono più degli uomini è tutta una manovra per farvi pubblicità
quelli e quelle che voi femministe ce l’avete con gli uomini
quelli e quelle che approcciano la notizia di ogni morta ammazzata con “facciamo un distinguo”
quelli e quelle che “è stato un raptus, è matto, è ubriaco, non è normale non è come me o come mio marito o come mio figlio o come mio fratello”
quelli e quelle che “a proposito ho scritto un libro un saggio un romanzo che parla proprio di femminicidio, leggetelo”.
E’ stato detto e scritto molto da quelle donne che sono io e da tante, tantissime altre, e non è ancora servito. Ogni volta riparte il moto ondoso, ogni volta si compiange, si invocano rimedi, si interpellano ministri e ministre, si fa un tweet storm, un’inchiesta, una manifestazione con le scarpe rosse.
E intanto l’unica via che servirebbe – quella dei Centri antiviolenza, quella delle associazioni come Scosse che vanno nelle scuole a parlare di stereotipi maschili e femminili, quella delle case editrici come Settenove, quella di tutti coloro che sanno che la via appunto è prevenire la fragilità delle relazioni, liberare i maschi e le femmine dalle gabbie dove sono rinchiusi – quella via si riempie di ostacoli, di minacce, di Family Day.
Allora, sto scrivendo per me, e di me, di quella che sono e di quello che provo da ieri. La fantasia è semplice quanto inutile.
Sabato notte io ero  in  via della Magliana, una parte di Roma che conosco molto poco, per andare a vedere la mostra di mia figlia, appunto. Ci siamo, mio marito e io, persi dieci volte, perché io non ho ancora imparato a usare il navigatore del cellulare e lui non ha ancora imparato a chiedere indicazioni. Siamo arrivati a mezzanotte, infine. Siamo andati via, mio marito mio figlio e io, passata l’una del mattino. Ci siamo fermati a prendere un gelato. Sarà stata l’una e mezza. Due ore prima di quella disperata richiesta di aiuto di Sara Di Pietrantonio, in quella strada.
La mia stolta, infantile fantasia è quella di aver fatto più tardi alla mostra: bastavano un paio di bicchieri e due chiacchiere in più nel giardinetto. La mia stolta, inutile fantasia è aver potuto incrociare i passi di quella ragazzina, che aveva l’età di mio figlio, e aprirle lo sportello e dirle salta dentro.
Stolta, stolta onnipotenza. Non è avvenuto, non c’è nulla che si possa fare.
E infine, davvero, mi chiedo quanto serva questo triste balletto, che ogni volta si ripete: di qua chi si accora, di là chi dice “ragioniamo, il femminicidio non esiste”. Che si spegnerà fra qualche giorno e ricomincerà alla prossima ragazza che semplicemente sceglie di porre fine a un amore, e al prossimo ragazzo che non lo accetterà, e noi ritorneremo a riprendere i nostri ruoli, di qua chi si accora, di là chi dice ragioniamo. E tutto, ancora una volta, sprofonderà nel nostro rimanere immobili, nel nostro guardare il selciato, anziché, come dovremmo, il cielo.
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