DI RITA A. CUGOLA
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Coadiuvati dai velivoli della Combined Joint Task Force guidata dagli Usa e dai miliziani sciiti sponsorizzati dall’Iran, i soldati iracheni stanno cercando di indurre gli islamisti ad abbandonare Fallujia, strategica località a maggioranza sunnita assoggettata nel gennaio del 2014 (la proclamazione del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi sarebbe avvenuta nel giugno successivo). L’offensiva – in corso dal 23 maggio scorso – sembra preludere alla battaglia più cruenta e incisiva mai combattuta contro il Daesh.
Un inferno di proiettili, fuoco, bombe e sangue. Gli oltre 50mila civili impossibilitati a eludere la rigida sorveglianza radicalista si ritrovano costretti  a languire tra le mura cittadine, avvolti da un abbraccio letale. Intrappolati all’interno delle rispettive abitazioni ormai ridotte a ruderi, si sforzano di proseguire una sovrumana lotta quotidiana finalizzata alla mera sopravvivenza.
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L’arrendevolezza a un destino apparentemente già tracciato da mani ignote sembra essere assurto a fattore invariabile in quell’oasi di terrore a poca distanza (65 km) da Baghdad. “Si sta delineando una vera catastrofe umanitaria“, è l’allarme lanciato da Jan Egeland, a capo del Norwegian Refugee Council. “I belligeranti di entrambe le fazioni dovrebbero garantire l’evacuazione dei residenti prima che sia troppo tardi (dall’inizio degli scontri  circa 3700-4000 persone – equivalenti a 664 nuclei familiari – sarebbero riuscite a fuggire, n.d.r.). La carenza di medicinali, acqua potabile, elettricità sta spingendo molti sull’orlo della disperazione“.
Una situazione passibile di degenerare ulteriormente. “Abbiamo qualche legume che ci consente di placare i morsi della fame“, ha raccontato un anziano autoctono, “Però manca lo  zucchero e il prezzo del riso è salito a 48 dollari al chilo. Siamo circondati. Gli integralisti sono in agguato ovunque, non ci possiamo neppure muovere“.
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Nel triste novero degli sventurati rimasti asserragliati nella città assediata, almeno 2omila minori sui quali incombe lo spettro di un probabile coinvolgimento nella battaglia in corso. Vittime incolpevoli di un recrutamento forzato atto a sopperire la penuria dei combattenti.
Ultimamente infatti il flusso dei foreign fighters verso l’area mediorientale si è drasticamente ridotto a 200 unità mensili  (a fronte delle 1500 attestate lo scorso anno).  Del resto, complici le perdite registrate sul campo e la grave crisi finanziaria che attanaglia le casse dell’organizzazione (i bombardamenti avversari hanno causato danni per almeno 800 milioni di dollari sia in Iraq che in Siria), le autorità islamiste sono state obbligate ad accantonare anche i consueti  corsi intensivi  di addestramento alle manovre.
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Ma in una fase così critica del conflitto persino l’esperienza militare appare irrilevante, tanto che qualora dovessero rivelarsi incapaci di maneggiare le armi, le reclute potrebbero essere adibite a scudi umani: un’ennesima sfida diretta al mondo, in ottemperanza a un tragico copione già ampiamente collaudato in passato.
Vorremmo  proteggere i bambini dalla violenza inaudita a cui stiamo assistendo“, ha osservato Peter Hawking, rappresentante dell’United Nations International Children’s Emergency Fund (Unicef) in Iraq. “Perciò chiediamo a tutte le parti in causa di provvedere all’apertura di corridoi sicuri per favorire l’esodo degli oppressi“. Impresa impossibile però, senza un previo accordo di tregua tra l’esercito governativo e le forze dell’Is. Un’utopia destinata a rimanere tale.
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E’ la ragione per cui i militari iracheni si stanno attivando per attuare separazioni mirate in seno alle famiglie. Gli uomini e i ragazzi di età superiore ai 12 anni vengono sistematicamente allontanati per consentire le debite verifiche in merito a eventuali collusioni con l’integralismo islamico.
Solitamente le procedure si protraggono per  cinque-sette giorni “, ha confermato William Spinfdler a nome dell’United Nations Committee for Refugees (Uhncr). “Comunque sappiamo con certezza che 27 persone sono già state rilasciate, mentre altre 500 si trovano tuttora sotto interrogatorio“.
Talvolta sono proprio gli stessi sciiti a attribuire i ruoli: “Distinguono arbitrariamente gli affiliati all’Is dai semplici collaboratori“, ha puntualizzato Michael Pregent, esperto del Center for Political-Military Analysis presso dell’Hudson Institute di Washington “e a tutti spetta la medesima punizione“.

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