DI VIRGINIA MURRU

virginia murru

La previdenza complementare, viste le incertezze dei nostri tempi, è ormai una realtà del mondo del lavoro, e vi si ricorre già molto prima che il lavoratore sia prossimo alla maturazione dei requisiti previdenziali per andare in pensione. Il futuro è più che mai un enigma, e diventa necessario tutelarsi, attraverso i nuovi mezzi finanziari messi a disposizione da banche e società di risparmio.
La verità è che le pensioni non danno più sicurezza; il governo tra febbraio e marzo aveva preso di mira quelle di reversibilità, scatenando aspre proteste. Questa categoria di pensioni sono oggi circa 3 milioni, e l’importo medio si aggira sui 650 Euro. Se Giuliano Poletti non avesse fatto un passo indietro, sarebbe stato davvero un segno gravissimo nella storia del welfare. Il Ministro del Lavoro, qualche mese fa, in proposito, dopo la tempesta di polemiche, dichiarò:
“Per il futuro non è previsto alcun intervento sulle pensioni di reversibilità, ci si propone di superare le sovrapposizioni e le situazioni anomale”. E aggiunse che il governo si prefiggeva semmai di aiutare le fasce più deboli, non di togliere. E per giustificare queste affermazioni sottolineò il fatto che il governo aveva già stanziato nella legge di stabilità, 600 milioni per l’anno in corso, e un miliardo per il 2017.
Ma tutto quel polverone non era nato dalla fantasia degli organi d’informazione. Erano stati i sindacati, a suo tempo, a denunciare che uno dei decreti della ‘delega legislativa sulla povertà’, all’esame della Commissione Lavoro alla Camera, prevedeva un intervento proprio sulle pensioni di reversibilità. Il governo non ha mai ammesso che intendesse sfiorare una prestazione erogata in favore del coniuge superstite o degli eredi del pensionato deceduto, ma il fatto è che un riscontro si poteva trovare anche nel testo del DEF (documento di Economia e Finanza), pubblicato a marzo. Nel documento l’intento era abbastanza chiaro,
secondo esponenti parlamentari facenti parte della Commissione Lavoro, che lo avevano esaminato. Comunque qualcosa di serio c’era nell’aria, e ha solo contribuito ad alimentare le incertezze sulle sorti delle pensioni e sul futuro dei lavoratori.
Il boom di offerte da parte delle banche e società di risparmio, hanno una ragione, d’essere in una società che non si sente più garantita dalla pensione pubblica. La pensione ‘di scorta’, nasce dall’esigenza delle famiglie di garantirsi un tenore di vita adeguato, e a ricordarci la precarietà dei tempi che abbiamo davanti, ci sono tanti segnali non propriamente ottimistici. Mentre il governo discute di Ape (anticipo pensionistico), e di un riscatto della laurea più congruo, le società del risparmio gestito e le banche, propongono ‘prodotti’ nuovi, proprio perché hanno colto e valutato il disagio diffuso nel mondo del lavoro, e su queste basi intendono interagire con proposte dinamiche, in linea con le aspettative di chi cerca maggiori garanzie.
La previdenza complementare aumenta in modo consistente di anno in anno; nel 2015, sono stati oltre 7 milioni i lavoratori che hanno scelto di aderire ad un piano pensionistico integrativo, su 22 milioni di lavoratori. Dati che sono destinati ad aumentare, non vi sono le condizioni per affidarsi completamente all’ombrello del welfare. Anche perché, secondo le stime degli esperti, nei prossimi anni, le pensioni in termini di valore, saranno di poco superiori al 50% delle retribuzioni. Impossibile campare.
Sottoscrivere una pensione integrativa significherà, dunque, tenersi una ruota di scorta, perché questa è la vita del ‘non si sa mai’.. Si tratta di un vero e proprio investimento di risparmi, e, visto che nemmeno le banche sono più quella roccaforte invulnerabile di un tempo, allora meglio optare per una direzione che offra maggiore affidabilità. Questi sono i concetti e i ragionamenti che spingono i lavoratori ad autotutelarsi, e poco importa se si è ancora in giovane età. Ci pensano anche i genitori per i propri figli, a mettere solide ruote al loro futuro, ricorrendo proprio a questi strumenti d’investimento.
Ma questi mezzi stanno diventando una sorta di giungla insidiosa, e pertanto è necessario aprire gli occhi prima di affidare i propri risparmi a società senza scrupolo. Bisogna prima di tutto distinguere tra fondi di pensione aperti e chiusi, e piani individuali pensionistici, ossia, i cosiddetti PIP. Queste soluzioni sono disciplinate dalla stessa normativa, anche dal punto di vista fiscale. Il che significa che le deduzioni d’importo pari a 5.164 euro, sono uguali per le 3 opzioni. Ma si attendono già miglioramenti su questo punto, ovvero l’aumento della quota deducibile, che potrebbe arrivare alla soglia di 10 mila euro.
Ma l’ottimismo sul miglioramento della disciplina dei fondi, va anche oltre, e si spera che venga ridotta la tassazione sui rendimenti.
La differenza riguarda il tipo di ‘prodotto’, ossia i fondi pensione sono prodotti non assicurativi, mentre i Pip lo sono, e infatti, di solito, li si può investire nei mercati finanziari. Per quel che riguarda i fondi pensione, la legge prevede che vi sia un comparto che abbia la garanzia del capitale versato. Il Pip, poi, può accettare solo adesioni individuali, e in genere sono le banche e le assicurazioni che offrono questo tipo di prodotti. I fondi pensione invece possono riguardare adesioni di tipo collettivo, e vi può contribuire anche il datore di lavoro, specie se in merito, sono stati presi accordi sindacali.
Un’altra distinzione riguarda i fondi aperti o chiusi. I primi sono aperti a tutti, i secondi, invece, sono destinati a categorie determinate di lavoratori. Un esempio può essere rappresentato dal Fondo Cometa, dei metalmeccanici.
Prima di fare una scelta sicura tra i vari fondi d’investimento, e tutti i prodotti che le società specializzate stanno immettendo sul mercato, è opportuno chiedere consiglio a persone esperte nel settore, per evitare le classiche fregature. L’amo dei disonesti è sempre teso verso i poco informati e i distratti.
Intanto, al governo, si continua a lavorare su possibili alternative di supporto, per chi decide di ‘uscire’ prima di avere raggiunto la ‘maturità’ previdenziale per la pensione pubblica.
L’ultima novità è ‘Rita’, che corrisponde all’acronimo di ‘Rendita Integrativa Temporanea Anticipata’. In sintesi, ha la funzione di agevolare gli ‘over 63’, che hanno optato per una soluzione di previdenza complementare, e possono dunque ricorrere alla flessibilità-pensioni, con la possibilità d’incassare una parte della pensione integrativa, al fine di rendere meno gravoso l’impatto con Ape (che è poi la sigla relativa all’Anticipo pensionistico). Ape è anche il piano di anticipo previdenziale che il governo sta facendo rientrare nella prossima legge di Stabilità. Saranno strategie del governo per rosicchiare qualcosa? Sarebbe la ‘norma’.
Il vantaggio consiste nel fatto che si potrebbe perfino dimezzare il ‘prestito’ bancario, al fine di utilizzare in anticipo l’assegno previdenziale. Dietro questi studi ed espedienti ‘tecnici’ di carattere economico, c’è il coordinamento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, che si prefigge il fine di rendere meno ostica e più flessibile la riforma Fornero.
Per quel che riguarda i tempi, si dovrebbe partire con una sperimentazione di 3 anni, e riguarderebbe i nati dal ’51 al ’53. Per rendere in seguito strutturale l’intervento, dovrebbe interessare anche i dipendenti pubblici. Gli studi ‘tecnici’ per queste nuove misure, sono quasi pronti, e sono anche piuttosto complessi; si vedrà nei prossimi anni, se questi interventi si riveleranno davvero validi e appropriati per i lavoratori, oltre che soddisfacenti per la parti sociali coinvolte.
foto di Virginia Murru.
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