DI STEFANIA DE MICHELE

stefania de michele

2 giugno, Italia ai saldi. Il paradosso è che, se fosse vero, la decisione di vendersi l’Italia il 2 giugno, festa della Repubblica, è stata operazione di ferale simbolismo. La Prima Repubblica cederà, di fatto e presto, sotto il maglio di ‘Mani Pulite’, ma l’inchiesta – condotta inizialmente dal pool della Procura di Milano – è solo la punta dell’iceberg: Tangentopoli svela infatti il malaffare e le collusioni tra politica e impresa, ma poco dice sulla stagione di colonialismo passivo a cui la nomenklatura di allora (e in parte di oggi) ha condannato il Paese. Se dolosamente o per negligenza pervicace, è ancora tutto da chiarire. Nelle sabbie mobili del dubbio, si incaglia la vicenda del Britannia, il panfilo della Corona d’Inghilterra, a bordo del quale il gotha di finanza, economia e politica italiana incontra gli squali del capitalismo transnazionale anglosassone.
Sales on board. Accade il 2 giugno del 1992 RACCONTANO LE CRONACHE DELL’EPOCA: il Britannia ormeggia nel porto di Civitavecchia. Sulla passerella del Royal Yacht sfilano Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro nel governo di Giuliano Amato; il presidente di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi; Beniamino Andreatta, non ancora nella squadra dell’Esecutivo, ma prossimo ad entrarci; Mario Baldassarri, l’economista che al MIT aveva studiato con Draghi, Giavazzi, Reviglio; Riccardo Gallo dell’IRI; rappresentanti di ENI (Andreatta), AGIP, Società Autostrade; alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali. Li attendono i Warburg, i Barings, i Barclays, i rappresentanti di Goldman Sachs, venuti a spiegare ai boiardi di Stato italiani come fare le privatizzazioni. Quello che succede dopo – in tempi brevissimi – è una girandola di fatti con un’unica, enorme coincidenza su cui si basa la tesi (definita) complottista: si sono venduti l’Italia e gli italiani.
Lasciate ogni speranza o voi ch’intrate. Penetrare i fatti è come varcare la soglia dei gironi infernali. Se c’entri il Britannia non si sa (non ci sono verbali degli incontri avvenuti sul Panfilo reale). Certo è che dopo l’abboccamento tra plenipotenziari a galla, gli eventi precipitano in maniera verticale. Uno dei padri della psicanalisi, Carl Gustav Jung, inserirebbe la vicenda nel ‘principio di nessi acausali’. Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato l’agenzia di rating newyorchese Moody’s annuncia di voler retrocedere l’Italia in serie C dal punto della credibilità finanziaria. Niente di stravolgente è cambiato rispetto a qualche anno prima, in relazione a deficit e rischio di insolvenza. Eppure la bocciatura di Moody’s arriva e costringe il governo ad alzare i tassi di interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Inizia la guerra finanziaria contro la lira, dichiarata da un raggruppamento di banche e speculatori di Wall Street, capitanati dal finanziere d’assalto naturalizzato statunitense, George Soros, col suo fondo Quantum. Grazie alla speculazione coi derivati, Soros ottiene una linea di credito di un miliardo di dollari dalla Citicorp e da altre banche: un prestito in tempi brevissimi per scommettere sulla speculazione della lira in tempi ancor più brevi. In parole povere: il finanziere acquista lire con dollari, le lire vengono convertite in marchi tedeschi al tasso fisso di cambio dello SME (sistema monetario europeo), arriva la bocciatura di Moody’s, gli organi di informazione amplificano, gli investitori hanno paura e scappano, la lira si svaluta del 30%. Dietro Soros, che ha notizie sempre fresche sugli andamenti valutari, l’ombra neppure discreta del gruppo Rothschild e di altre banche d’affari che, con la lira che vale una miseria, sono pronti a comprare le partecipate statali a un tozzo di pane. Non prima che il governatore di Bankitalia Ciampi dilapidi circa 60 miliardi nel tentativo di difendere la valuta.
Mai così veloci e produttivi. Mai come in quegli anni bui il Parlamento lavora veloce. C’è da risanare i conti e vendere l’Italia: viene promulgata la legge per trasformare in spa le banche (’90) e le altre imprese pubbliche (’92); è istituito il Fondo per l’Ammortamento del debito pubblico (’93), nel quale devono confluire i proventi delle privatizzazioni; viene abolito il ministero delle partecipazioni statali; si identifica nell’offerta pubblica di azioni la tecnica preferita di vendita. Si svendono IMI, INA, le tre banche di interesse nazionale di proprietà dell’IRI,vengono cedute le società di servizio (Telecom, tranche successive del capitale di Eni, Enel e Autostrade), come fosse vendita di frattaglie al mercato all’ingrosso. Gli anni del far west delle privatizzazioni, del saccheggio dell’economia produttiva e dell’esplosione della bolla della finanza derivata ci hanno condotto ai giorni nostri: Paese eterodiretto, senza sovranità monetaria e con una classe medio-bassa sfiancata come criceti nella ruota. Dal nesso acausale del Britannia, l’Italia comincia a non esistere più: sul naufragio della cultura e del pensiero critico negli anni che seguono è altro, tragico capitolo

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