DI EMILIO RADICE
emilio radice
Le foto delle vittime non sono indispensabili, il genocidio armeno ancora oggi lo si vede nelle cose. Basta fare un giro in quell’oriente turco che trova il cuore a Kars, la città dove Oran Pamuk ha ambientato il suo dolente “Neve”, per imbattersi in tracce ancora per noi fresche. Per noi, sì, perché forse ai turchi sfuggono e per questo non le hanno cancellate. Sono segni estetici, soprattutto. Quantomeno all’inizio è questo ciò che colpisce: un profilo familiare, un arco a sesto pieno e non acuto, non arabeggiante, un equilibrio nelle forme di un edificio che ricorda qualcosa che abbiamo qui da noi, appunto.
I segni delle pallottole vengono dopo, quando uno si avvicina, e sono agghiaccianti. Ma lì per lì, mentre si attraversa Oltu ad esempio, città di preziosa ambra nera un tempo lavorata dagli artigiani armeni, colpisce quel richiamo inconscio, e dunque profondamente culturale, di ciò che è rimasto in piedi a cento anni dal genocidio e che di esso è una certificazione: noi lì, ripeto “noi”, dopo duemila chilometri di viaggio fra madrase e minareti, cogliamo al volo la familiarità di una cupola, la amicalità di un campanile.
E ci viene spontaneo esclamare: ma quella è roba nostra, mica è turca. Architettura cristiana. Ovvero ciò che resta di un popolo che lì non ci sta più. Se poi ci si avvicina, si scavalcano le erbacce e si forzano un po’ i fili spinati arrugginiti, si vedono i colpi di fucile, si sentono le grida assenti, e ci si accorge che gli intonaci sono quelli delle nostre case, come se lì ci fossero stati i nostri nonni, come se a Roma ci si trovasse in Prati, non nel medioevo. E il genocidio che fu ci agghiaccia ancora.
foto di Emilio Radice.
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