DI ANDREA PROVVISIONATO (da Bruxelles)
andrea provvisionato
Il Belgio è un Paese di pendolari. Un po’ per cultura, il belga medio ama moltissimo possedere una piccola villetta con giardino poco fuori dai grandi centri abitati. E un po’ per congiunture storiche. Negli anni il trasferimento massiccio di moltissimi internazionali nella sua capitale, per lavorare nelle istituzioni europee o in qualche multinazionale e ONG che hanno qui le loro sedi, ha dato vita a quella che qui viene chiamata la “Brussellation”. Cioè la centrificazione non solo di un quartiere, ma di un’intera capitale. I cittadini originali di Bruxelles hanno approfittato dell’innalzamento del mercato immobiliare per vendere i loro appartamenti in centro e trasferirsi nei piccoli comuni dell’hinterland, pur continuando a lavorare in città.
Ora grazie all’efficienza delle ferrovie belghe, questa massa di persone che si sposta nelle ore di punta non ha grandi ripercussioni sul traffico cittadino. Ma basta che il potentissimo sindacato dei ferrovieri decida per uno sciopero e la città piomba nel caos, riempiendosi di automobilisti furiosi bloccati nel traffico, imprigionati nei loro Suv. Se poi aggiungiamo il tanfo dell’immondizia non ritirata a causa dello sciopero dei netturbini. E condiamo il tutto con lo sciopero a singhiozzo dei mezzi pubblici, allora vi sarete fatti un’idea del caos in cui è piombata la città di Bruxelles e con lei il sud del Paese, la Vallonia, dopo quattro giorni di sciopero ininterrotto. Sì, perché il Paese è spaccato. Mentre i sindacati Valloni sono ormai in guerra aperta con l’esecutivo di Charles Michel e con le sue politiche liberiste a dir poco spregiudicate. I sindacati dei lavoratori nel nord del Belgio, le Fiandre, sono più attendisti seppur anche loro molto critici. Non scendono in sciopero e sperano ancora in un’apertura dei tavoli di trattativa con il governo.
La riforma del sistema pensionistico, il mancato rinnovo del contratto nazionale operaio, il taglio netto al welfare, la messa in discussione della legge sul lavoro, sono i punti di maggiore contrasto tra sindacati ed esecutivo. All’intransigenza sindacale, Michel ha risposto barricandosi dietro alla sua maggioranza risicata. Chiudendo ogni tipo di dialogo con la società civile e andando dritto per la sua strada tracciata nel solco dell’austerity. E con un atteggiamento di sfida ignora i lavoratori in lotta e gongola della divisione sindacale. Ma sa di avere i giorni contati. Perché anche i sindacati fiamminghi gli hanno posto un ultimatum. O l’accordo si trova entro l’estate o il 7 ottobre sarà sciopero nazionale unitario. Inoltre il rischio di contagio sociale dai confinanti movimenti francesi in sciopero da due mesi diventa ogni giorno che passa più concreto. Esiste già un coordinamento degli scioperi tra i sindacati dei ferrovieri francesi e quelli valloni. E al confine tra i due Paesi si sono registrati episodi di solidarietà tra i lavoratori in lotta. Con operai Belgi che portano generi di conforto ai colleghi francesi impegnati nei picchetti fuori dalle fabbriche e viceversa.
Intanto anche nel letargico parlamento belga qualcosa si muove. Dopo giorni di tentennamenti anche il partito socialista decide di intervenire. E lo fa per bocca del suo segretario, nonché ex premier, Elio Di Rupo, che in un durissimo intervento alla Camera ha accusato il Primo ministro d’indolenza e non curanza, di fronte al montare degli scioperi. Imputandolo di essere il principale colpevole dell’ “interruzione della pace sociale”. Concludendo: “Inviterei il Primo Ministro ad assumere finalmente il ruolo del suo incarico”.
La risposta del premier Charles Michel non si è fatta attendere. Con un piglio Thatcheriano ha replicato che il suo governo è “mobilitato al 1000% sulla strada delle riforme”. Aggiungendo di essere disposto a dare “una possibilità al dialogo sociale”. Un atteggiamento bonario che ha irritato il deputato Jean-Marc Nolet a tal punto da farlo sbottare: “E allora apri i giochi, e fa il tuo lavoro”. Una scena abituale nei parlamenti mediterranei, ma totalmente fuori etichetta e affatto usuale nel compassato parlamento belga. Che secondo i maggiori osservatori e commentatori politici nazionali è rappresentativa della tensione sociale che sta vivendo il Paese.
Intanto i sindacati hanno annunciato lo sciopero ininterrotto fino a lunedì prossimo, quando una grande assemblea sindacale unitaria deciderà i prossimi passi della mobilitazione. Michel a questo punto non può più continuare a giocare sul tavolo delle divisioni sindacali. Perché se in questi giorni non aprirà almeno alla possibilità della costituzione di un tavolo delle trattative, il rischio di trovarsi nel pantano di una guerra sociale insieme a Hollande è molto concreto. E a quel punto il suo modello Thatcher potrebbe non funzionare più. Il suo Paese non è socialmente ed economicamente forte come la Gran Bretagna degli anni ’80. E l’economia nazionale e il suo esecutivo potrebbero crollare sotto la pressione di scioperi sullo stile dei minatori inglesi.

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