DI LUCA COLANTONI
Chiariamo subito un punto: la colpa non è né del povero Thiago Motta e neppure di Antonio Conte. Le colpe, se così vogliamo chiamarle, sono di questo calcio moderno che agli appassionati più romantici ha tolto praticamente tutto, dalla gioia di giocare una cara vecchia schedina fino a quello che una volta era il numero di maglia. Prima non si sfuggiva: i titolari erano tassativamente quelli dall’1 all’11, il 12 era, per forza, il secondo portiere e a seguire le riserve. Oggi no, c’è chi sceglie di indossare il numero del millesimo di nascita, chi è scaramantico e vuole sempre lo stesso, portieri, difensori e attaccanti con numeri improbabili, senza più una logica, se non per quel numero magico: il 10.
Per carità, non è scritto su nessun regolamento, ma quella maglia con quel numero evoca magie calcistiche, vecchi ricordi, piedi fatati. Parliamoci chiaro, il 10 da sempre è quel giocatore portatore sano di talento, fantasia, lungimiranza tattica. E’ il numero di chi sa dove andrà a finire il pallone ancor prima di calciarlo. Nel 1934 vincevamo il nostro primo mondiale con Giuseppe Meazza a coordinare le azioni degli uomini di Pozzo. Un calciatore straordinario, sempre identificato con quel numero, ma che in Nazionale non ha mai avuto sulle spalle perché all’epoca le competizioni internazionali si giocavano con maglie senza numeri. Un altro grandissimo 10 azzurro (pure lui senza numero sulle spalle però), è stato l’indimenticato Valentino Mazzola, che però in azzurro non fu proprio fortunatissimo visto che la sua vera Nazionale fu il Grande Torino. Il primo 10 “visibile” su una casacca azzurra, invece, è stato quello di Gino Cappello. A lui, assoluto genio e sregolatezza, venne affidata quella maglia in occasione dei mondiali del 1954, i primi con la regola della numerazione fissa sulle spalle dei giocatori. Storie d’altri tempi, storie di un calcio che non esiste più.
Thiago-Motta
Eppure il buon Thiago Motta ai prossimi europei, non è il primo oriundo con la “Dieci”. Molto, ma molto prima di lui è toccato ad Omar Sivori. Il “Cabezon” la vestì nel Mondiale in Cile 1962, ricordato più per la rissa di Santiago che non per il calcio giocato. In azzurro Sivori la vestì con un ruolino, per l’epoca, niente male: 9 presenze e 8 gol. Nel mondiale inglese del 1966 la mitica maglia toccò a Antonio Juliano e poi c’è la vittoria azzurra all’Europeo del 1968 (l’unica finora) dove il nostro numero 10 era l’indimenticato Giacinto Facchetti. Il resto comincia ad essere una storia decisamente più recente.
Mazzola e Rivera, stesso ruolo stesso numero 10 nei club di appartenenza, ma in Nazionale bisognava fare una scelta e quindi, maglia a Rivera e la mitica staffetta tra i due a Messico 1970. Copione identico, ma con eliminazione al primo turno, invece in Germania nel 1974. Successivamente il numero 10 passa sulle spalle di Giancarlo Antognoni e anche qui classe e talento si fondono creando quasi il giocatore perfetto. Mondiale del 1978, Europeo 1980 e Mondiale 1982 dove però, un fallo del polacco Matysik in semifinale e il relativo infortunio, privarono il nostro numero 10 della soddisfazione di giocare la ormai leggendaria finale di Madrid.
Dal 1986 al 1990 quella maglia passo prima sulle spalle di Salvatore Bagni, poi di Luigi De Agostini, di Nicola Berti e quindi, nel 1994, su quelle di un certo Roberto Baggio. Il Divin Codino rappresenta ancora oggi l’espressione massima del Numero Dieci in nazionale, la purezza del ruolo, l’intelligenza, l’essere trequartista di talento e fantasia. Ma negli anni successivi, chi lo ha succeduto non è stato certo da meno. Nel 1996 toccò a Demetrio Albertini e non è un caso che lo vollero, tra le altre, Atletico Madrid e poi il Barcellona. Poi fu la volta di un altro genio del calcio, Alessandro Del Piero ai mondiali di Francia nel 1998 e all’Europeo in Polonia e Belgio. Maglia che immediatamente dopo passò sulle spalle di un altro talento, espressione “pura” del ruolo e del numero 10, Francesco Totti che la portò ai mondiali di Corea e Giappone, all’Europeo in Portogallo, fino ad alzarci insieme la Coppa del Mondo del 2006 regalandoci una nuova emozione tutta in azzurro.
In Austria e Svizzera, all’Europeo, da un romanista all’altro e toccò a Daniele De Rossi portare quel numero magico sulle spalle che lasciò ad Antonio Di Natale al mondiale in Sudafrica nel 2010. La favola del Dieci è proseguita poi con Antonio Cassano (Europei 2012 e Mondiale 2014) passando per il vecchio discorso dei giocatori affezionati ai numeri. Viene in mente uno come Andrea Pirlo che poteva, quasi di diritto, vestire la maglia numero 10, ma lui amava indossare la 21. Fino a concludersi, almeno per ora, con il già citato Thiago Motta. Caratteristiche tecniche alla mano è uno dei “10” più difensivi nella storia azzurra, ma è pure vero che Conte a qualcuno doveva pur dare questo numero, dopo una miriade di esperimenti fatti in questi anni da Giovinco a Verratti fino all’altro oriundo Osvaldo per fare tre nomi. Una scelta che ha fatto e continuerà a far discutere, ma non è la prima volta che accade. Non è la prima “maglia contestata” e sicuramente non sarà l’ultima in un calcio dove, ormai persi tutti o quasi i punti di riferimento, a noi vecchi romantici resta da salvaguardare, almeno, quel numero, quel “Dieci” che ci fa sempre sognare.
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