DI PINO APRILE
pino aprile
A NAPOLI: 14 SCRITTORI CON DE MAGISTRIS
PER FERMARE I COMMISSARI DI RENZI
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Dice: «Scriveresti una cosa in appoggio alla ri-candidatura a sindaco di Napoli di Luigi de Magistris?». Sì. «Ah, bene! Non sapevo fossi per de Magistris». Non lo sono, se intendi qualcosa come un partito; sono per Napoli e contro il fascismo rinascente di Renzi e del suo partito. Per questo, mi auguro la vittoria di de Magistris e dei 5stelle.

Sono spaventato dai sentimenti con cui si accolgono enormità anti-democratiche che in altri tempi, pur vicinissimi, avrebbero suscitato proteste, girotondi, editoriali di civico invito alla indignazione, ricorsi al Quirinale (già…, il guaio è: dal disastro Napolitano in qua, a chi ricorri contro il Quirinale?).
Si va dalla complicità alla rassegnazione. Così, un capo non eletto di governo (ma nominato da un presidente della Repubblica che calpesta prima la lettera della Costituzione, abolendo, di fatto, le elezioni e poi persino lo spirito, facendosi rieleggere) ridisegna lo Stato e le norme per votare, in modo da poter a sua volta nominare chi si deve far finta di eleggere (poco importa se a votare rischiano di andarci, ormai, lui, la Boschi e i clienti da sistemare o sistemati); e, perché sia chiaro chi comanda (infatti lo hanno appena ricordato a chi lavora in Rai: in ginocchio dinanzi al padrone, schiavi!), il capo non eletto di governo fa fuori quelli che gli elettori hanno scelto, se non piacciono a lui. Insomma, il popolo sbaglia, non capisce; e lui ne corregge gli errori.
Quindi, il capo non eletto di governo, che da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze, si abbuffava a cene e pranzi pagati con i soldi dei contribuenti per centinaia di migliaia di euro, ritiene che si debba cacciare il sindaco di Roma, per cene e pranzi “istituzionali” ma non sempre giustificati, per 20mila euro. In modo da poter piazzare alla guida della capitale i suoi commissari e sottocommissari (praticamente: sindaco e assessori nominati).
Ora tocca a Napoli, indebitamente amministrata da un non renziano. Pretesa intollerabile. Il capo non eletto di governo (ma nominato da Napolitano per conto di chi) assedia Napoli da un bel po’; le sue truppe cammellate sono riuscite a occuparne una parte del territorio (leggi: fondi da gestire, così come a Roma, quelli del Giubileo), sottraendo alla città l’area di Bagnoli e affidandola all’ennesimo commissario che non risponderà alla città, ma al suo dominus (quando perde un rubinetto a casa Renzi, il capo non eletto di governo non chiama l’idraulico, nomina un commissario alle acque di casa).
E ora, il pigliatutto di Firenze imposto alla Nazione (non mi metto a far paragoni con Mussolini che diviene capo del governo per nomina, come lui e con la famosa marcia, perché Renzi la marcia non l’ha fatta. Manco quella!) si vuole prendere il resto della città più bella del mondo.
Non so se candiderà direttamente un commissario, preannunciando l’esito delle elezioni il giorno prima di andare a votare, so soltanto che dovrebbe essere una Picierno o giù di lì. Magari priverà la “capitale morale” di un altro commissario (ma se era capitale morale, Milano, che bisogno aveva di un commissario alla moralità?) e lo userà per commissariare Napoli. In Italia non ci sono più sindaci, assessorati, ministeri, società…, solo commissariati.
Insomma, è in corso un furioso attacco agli strumenti, ormai minimi e sterilizzati, della democrazia: il popolo è troppo inaffidabile per fargli gestire la democrazia, così chi lo conduce deve rimettere le cose a posto, se no “Quelli” che lo hanno messo lì, Renzi, gli chiederebbero: «Ah coso, che ti ci abbiamo messo a fare, se poi fai decidere al popolo? Quando sarà il popolo ad eleggerti, farai come vuole lui (forse…); visto che ti abbiamo nominato noi, fai quello che ti diciamo noi».
Insomma: Bagnoli era l’antipasto, Napoli il pasto.
Poi, a occhio, dovrebbe toccare a Michele Emiliano, erroneamente eletto dai pugliesi alla presidenza della Regione Puglia; e che, sistemata Napoli, verrebbe debitamente commissariata (ci stanno facendo diventare antipatico persino Montalbano, a furia di commissari clonati dai desideri del padrone).
Ecco perché sosterrò de Magistris: Napoli non è una città, è diventata una trincea per difendere gli ultimi scampoli di decenza e dignità che una banda di nominati vuol distruggere. Non ho paura di usare parole che mi verranno rimproverate, ecchissene: è l’ultima trincea, al più la penultima, contro il regime. Quando ero ragazzo, mi chiedevo come diavolo avesse fatto il fascismo a prendersi il Paese in cui c’erano i Di Vittorio, i Di Vagno, i Gramsci, i Croce, i Rosselli, i Salvemini, i Dorso, i Gobetti, gli Amendola, gli Sturzo, i Rossi Doria… Ora lo so, e mi fa paura: complicità per piccole convenienza (chi mmo’ fa fa’) e rassegnazione (tanto, ormai…).
Beh, non voglio che mio nipote, domani, mi chieda: «E tu niente hai fatto?». Il fascismo non si prese un popolo da oggi a domani, ma un pezzettino alla volta; una città alla volta (oggi Roma, domani Napoli…); una categoria alla volta, una libertà alla volta, un diritto alla volta, un gesto di coraggio mancato alla volta.
Alla fine, il bottino dei valori passò tutto da una parte del tavolo. E quegli uomini forti che vennero lasciati soli finirono in carcere, al confino, sottoterra. Boom! Sto esagerando? No: il potere, soprattutto se usurpato (una nomina invece del voto è usurpazione) si prende tutto quello che non gli si impedisce di prendere; e cerca di arrivare al potere assoluto, perché non ha altri limiti che quelli che gli si impongono.
Per questo sarò in trincea a Napoli, con de Magistris e con chiunque voglia sconfiggere il nominato pigliatutto, per dirgli: «Noi ci siamo. Noi ti fermeremo. E non dico a te, non montarti la testa, sei il nulla messo lì conto terzi. Lo dico ai terzi. Non ce la farete. La cosa vi costerà talmente tanto, che non ne avrete più la convenienza. E il male minore, per voi, sarà tollerare che la gente dica la sua e decida per la sua città. E per Bagnoli, perché il clone commissario che ci avete messo se ne dovrà andare».
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