DI ANNA LISA MINUTILLO
annalisa minutillo
Non esiste limite al peggio soprattutto quando il peggio è disporre della vita di persone già disperate, si diventa peggio di un kapò, di un negriero, si assegnano i posti sulle imbarcazioni, se ne l’ordine. Ma quando il natante inizia ad imbarcare acqua, lui, un tipo robusto, decide di gettare in mare tre donne e due uomini colpevoli solo di chiedere aiuto.
E’ questo il volto nascosto e terribile dell’esodo dei migranti, quello dei trafficanti di uomini e donne, così come emerge dall’inchiesta della procura e dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria che hanno arrestato due scafisti, un marocchino e un siriano (altri due sarebbero deceduti durante il naufragio).
Il tenente di vascello Raffaele Martino, comandante della nave Vega della nostra Marina militare, mette a verbale: «Il 27 maggio alle 10,32 mentre si svolgevano le ultime fasi di recupero migranti relative a un precedente evento Sar (ricerca e soccorso, ndr) ricevevo la segnalazione della presenza di 350 persone in acqua in posizione a circa 150 miglia nautiche a sud di Lampedusa e circa 36 miglia a nord del porto di Sabrata, Libia, e a sei miglia dalla nostra posizione».
Ieri, nel pomeriggio, il gip di Reggio Calabria ha convalidato il fermo dei due scafisti firmando per loro una misura di custodia cautelare in carcere.
Un primo testimone racconta l’atroce sequenza dei cinque migranti gettati in mare: «Il meccanico ha gettato in rapida successione nella fase iniziale dell’affondamento cinque migranti in acqua». Un secondo testimone dice : «Oltre al conducente della barca vi erano due persone che hanno collaborato con loro, tra cui uno grasso che aveva stabilito i posti di ciascun migrante. Durante le tre fasi del naufragio ha gettato in acqua cinque persone: due uomini somali e tre donne eritree solo perché avevano chiesto aiuto».
Tornando al comandante Martino e al suo diario di bordo: «Alle 11,06 le unità arrivano sulla scena d’azione. Alle 11,20 tutti i superstiti del naufragio hanno raggiunto le zattere di salvataggio. Alle 12,19 ultimato imbarco superstiti a bordo di nave Vega iniziano operazioni localizzazione e recupero salme. A termine operazioni di controllo verranno registrati 135 migranti (91 uomini, 22 donne, 22 minori) di nazionalità presunta eritrea, nigeriana, somala, siriana e marocchina. Alle 20,58 ultimate operazioni di localizzazione e recupero salme, recuperate in totale 45 salme (36 donne, 6 uomini e 3 minori)».
Nella ordinanza di custodia cautelare il gip ricostruisce il succedersi degli eventi, quando sono arrivate sul posto le navi di soccorso: «L’imbarcazione era già completamente sommersa, pur rimanendo a pelo d’acqua. I sopravvissuti si trovavano in mare, in balia delle onde, aggrappati a dei mezzi di soccorso gettati da altri mezzi intervenuti e non già in dotazione della imbarcazione sin dal momento della partenza. Almeno un centinaio se non oltre duecento, per come dichiarato da alcuni testimoni, sono le persone scomparse».
Tralasciamo i nomi dei sopravvissuti-testimoni, per ovvi motivi di sicurezza: «Sono stato tenuto per lungo tempo in Libia e condotto a bordo della imbarcazione per il tramite di barche più piccole da soggetti diversi dagli attuali fermati».
«C’era un uomo magro, di provenienza araba, con un po’ di barba che metteva in moto il motore del barcone e lo faceva partire. Questi avrebbe poi condotto il barcone per tutto il viaggio, anche se aiutato con vari ruoli da altri uomini. Descriveva poi un uomo di grossa corporatura, di carnagione chiara che accendeva durante il viaggio un secondo motore, ossia una pompa di sentina per buttare fuori l’acqua. Distribuiva anche il cibo».
Aggiunge un altro testimone: «Aveva una bussola ed era in diretto contatto con il timoniere. Durante la navigazione imponeva continuamente di stare fermi ai migranti e di rimanere al loro posto». Cinque disobbedienti sono stati eliminati, gettati in acqua. Affogati.
foto di Anna Lisa Minutillo.
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