DI GIULIO CAVALLI
giulio cavalli
Eccoci alla tiritera del voto utile. Dove rimbomba di più è Milano ma sono molti i
comuni italiani che si preparano al voto in cui il centrocentrocentrosinistra (di solito raffazzonato con i residui di una stagione ormai conclusa) alza la voce per “non consegnare la città alla destra” oppure, meglio ancora, perché sarebbe (secondo loro) “irresponsabile dividersi”. Il voto utile è la ninna nanna del populismo in salsa intellettuale, quello proprio di una forma centrosinistra che non si accorge di essere finita. Il “voto utile” è la versione democratica dell’ultimo giapponese a cui non hanno detto della fine della guerra.
Così a Milano, ad esempio, bisognerebbe votare Sala “per non regalare Milano a Salvini” e fa niente se qualcuno trova discutibile qualche posizione del manager che s’è fatto campagna elettorale con l’Expo: “quelli là sono peggio”, ci dicono. Ma peggio di chi? Perché a vedere qualche faccia che spunta tra i sostenitori di BeppeSala (scritto tutto attaccato per dare un senso di modernità alle storiche clientele) sembra che l’era Pisapia (che sarebbe meglio cominciare a chiamare con il suo nome, «l’era delle speranze per Pisapia») sia stata un incidente di percorso.
Ma non è questo il punto. La questione politica è lapalissiana, semplice, quasi banale: si può in questo Paese così ostinatamente innamorato dal potere costituito fissare un linea di potabilità nei rapporti con le altre forze politiche? E se sì, cosa altro serve per ritenere questo PD ormai indigeribile per chiunque abbia a cuore un Paese egalitario, solidale e giusto? Io credo che il dado sia stato tratto da un pezzo, almeno dal momento in cui Possibile è diventata un’oasi necessaria per continuare a fare politica.
Poi insieme al voto utile entra in campo anche il federalismo poltronista: ci dicono che “sì, è vero che le politiche nazionali di questo governo non possono essere condivise ma qui (dove qui è una città qualsiasi in cui si voterà domenica nda) si può continuare un’esperienza locale”. E così a Milano si è provato a caricare i pisapiani in groppa a Sala. E guai se qualcuno prova a sottolineare come i pastrocchi elettorali di queste amministrative rischiano semplicemente di essere gli utili idioti in appoggio al PD. Con Sala ma contro Renzi, per il NO ma con un capolista che voterà SI oppure inventandosi una lista di sinistra che è il lembo di un’alleanza destrorsa.
Sono anni che sento dire che “Possibile rompe le alleanze dappertutto”. Ne bisbigliano sottovoce coloro che sognano di perpetuarsi come eterna minoranza dello status quo. Lo dicono a Milano dove Fratoianni corre in appoggio di una lista di supporto a Sala e gli ex SEL si spaccano. Lo dicono quelli (ne ha parlato Fassina, ricordate?) che a Roma avrebbero voluto fare la ciabatta sinistra di Giachetti. Che poi, a guardarli bene, sono gli stessi che dicevano che Civati non avesse il fegato di uscire dal PD. Sono loro, gli stessi. Che se la prendono perché non si torna a elemosinare da Renzi un briciolo di attenzione. Sono gli stessi.
Quelli che non hanno ancora chiara la differenza tra rompere e tenere una posizione. Anzi: quelli che hanno come posizione dominante il non scomparire. Ecco, no. Noi no.
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