DI RITA A. CUGOLA
rita a. cugola
Una dopo l’altra, le postazioni islamiste arroccate sulla riva occidentale del fiume Eufrate sono state distrutte. Merito delle Syria Democratic Forces, che da qualche giorno stanno conducendo una vasta offensiva volta a sgominare le forze del Califfato. “Non siamo ancora riusciti a intaccare la resistenza alla città. La presenza dei civili a Manbji potrebbe rallentare la nostra avanzata e complicare ulteriormente le manovre. Forse ci vorranno giorni per raggiungerla“, ha precisato un comandante in condizione di anonimato. “E poiché non si tratterà di uno scontro aperto sul campo dovremo utilizzare armi diverse“.
Arsenali differenti dunque, ma  identica strategia: del resto rimangono pur sempre i più qualificati nella lotta al radicalismo.  Agguerriti e coesi hanno saputo infliggere colpi non indifferenti alle truppe califfali, da tempo insediate in vaste aree della Siria settentrionale a ridosso del Rojava e quindi in prossimità del confine turco.  Ma i gruppi di opposizione  a Damasco continuano a nutrire un certo scetticismo in merito al loro operato. Dubbi derivanti soprattutto dalla presunta ambiguità riscontrata nei confronti delle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad.
Isis-in-Siria-702x445
“In effetti desidereremmo ottenere maggior chiarezza, perché spesso hanno contrastato i ribelli lasciando ipotizzare collusioni con il regime“, ha ribadito Bassma Kobani, esponente dell’High Negotiations Committee (blocco dissidente istituito su iniziativa di Riyad). “Quindi vorremmo sapere come vengono considerati dalla popolazione locale, dove si collocano  politicamente e per quale motivo non hanno quasi mai sferrato attacchi alle forze lealiste”.
Lo scenario siriano sarebbe sostanzialmente dominato da attori accreditati i cui obiettivi permangono però oscuri. “È una situazione che crea interrogativi e frizioni. I miliziani sono perfettamente consci di poter contrastare sia il Free Syrian Army che le truppe regolari, ma sfortunatamente in svariate occasioni hanno agito a beneficio del governo. È indispensabile una maggior linearità da parte di tutti i protagonisti del dramma”.
jointoperationscommand1
Perplessità sono sorte anche  in ambito  occidentale. La compagine dell’Sdf (spalleggiata dalla coalizione internazionale a guida statunitense) è infatti prevalentemente costituita da attivisti del People’s Protection Unit (ala armata del  Democratic Union Party o Pyd) e alla  presenza di nuclei arabi  (alquanto ridotta, in verità) andrebbe per alcuni attribuita una valenza puramente simbolica, non scevra di conseguenze sul piano oggettivo.
Se i curdi dovessero decidere di puntare su Raqqa si potrebbero innescare ulteriori  meccanismi di attrito  tra le due comunità“, ha azzardato un funzionario. “E inoltre l’appoggio incondizionato offerto dagli Usa al Ypg sembra aver preso il sopravvento su quello finora garantito all’Hnc. Questo ha contribuito a intorbidire le acque e alimentare nella dissidenza una certa apprensione circa l’atteggiamento dell’amministrazione“.
13321862_247429292295885_5548902081282342771_n
Uno sconcerto notoriamente condiviso dalla stessa Turchia (membro ufficiale della Nato),  che d’altronde ha sempre individuato nei curdi siriani un’estensione del Kurdistan Workers Party (Pkk), organizzazione notoriamente  tacciata di terrorismo le cui velleità autonomiste – passibili di attentare all’integrità nazionale – sono alla genesi di una lotta interna ormai ultratrentennale.
Ankara poi non ha affatto gradito la scelta dei militari statunitensi di sfoggiare l’emblema dell’Ypg  sulla divisa. Quelle immagini scattate al fronte (che tanto hanno allarmato i turchi) rimandano tra l’altro al ruolo effettivo rivestito dalle Us Special Forces nel teatro  siriano.
0AHP2UY7-kvgC-U1080480440989RxB-1024x576@LaStampa.it
La Casa Bianca tuttavia ha sempre negato un coinvolgimento militare diretto delle duemila unità stanziate sul territorio (“Sono preposte esclusivamente  all’addestramento e all’assistenza“, è la tesi reiterata dai vertici). Ma la realtà sarebbe alquanto diversa, almeno per il colonnello Steve Warren, portavoce da Baghdad della Combined Joint Task Force.
A dispetto delle rassicurazioni esternate dal Pentagono, i soldati a stelle e strisce sarebbero infatti “pericolosamente vicini al nemico”, addirittura “a un soffio dalla linea del fronte“, dal momento che “non sono state fornite direttive inerenti la distanza da mantenere“. Non esistono quindi  né conferme né tantomeno smentite in tal senso.  “Finora insomma siamo riusciti a evitare gli scontri, ma ovviamente in futuro dipenderà  dal contesto in cui ci troveremo a operare”. 

img_0068

Annunci