DI DOMENICO BALDARI

Domenico Baldari
In treno mi accadeva spesso di ascoltare i racconti dei compagni di viaggio. Erano storie personali e, qualche volta, persino confidenze su questioni intime. Incontravo persone che offrivano ad uno sconosciuto la loro antologia di vita vissuta, il fior da fiore della vicenda esistenziale. Anche quando non tutto appariva autentico e vi si scorgeva qualche artificio, qualche abbellimento, i racconti mi facevano capire cosa il mio prossimo sogna e teme. Io mi specchiavo in sogni e timori e talvolta li scoprivo simili ai miei. Adesso i viaggi in treno per me sono meno istruttivi –e, di riflesso, introspettivi- a causa dell’alta velocità che riduce il tempo e soprattutto a causa dei telefonini e dei computer sui quali moltissimi vivono curvi e chiusi in una sorta di autismo tecnologico. Sopravvivono le chiacchiere sul più e sul meno, mentre le conversazioni confidenziali si sono rarefatte e si è ridotto il numero dei temi capaci di accendere una vera discussione. Uno dei pochi temi ancora vitali è quello dell’immigrazione, degli stranieri, dei ‘clandestini’. Anzi, l’immigrazione si manifesta come ossessione collettiva, come ricettacolo di tutte le ombre psichiche di una moltitudine di individui. Stavo per scrivere ‘di un popolo’, ma la parola ‘popolo’ sottintende sempre qualcosa di specifico e di corale e quindi sottintende una qualche virtù. Qui, invece, non c’è virtù, ma un pulviscolo spaziale di solitudini. Pertanto, è meglio usare ‘moltitudine di individui’.
Alle discussioni sull’immigrazione non partecipo, preferisco sottrarmi o subire in silenzio. Qualche volta vado alla carrozza-bar per non essere travolto da nevrosi e paranoia. Quando resisto al mio posto, per difendermi, mi metto a pensare alle storie di emigrazione nostra, quella dei milioni di italiani che sono andati in tutto il mondo in cerca di pane e futuro. Sono storie che conosco per le letture fatte, i racconti dei conoscenti e l’esperienza diretta: un fratello di mia madre nel dopoguerra era emigrato in Argentina e andai a trovarlo tre volte, negli anni ’70, gli anni terribili dei militari di Videla e Massera. Lì conobbi tanti della comunità italiana di Buenos Aires, molto vidi e molto ascoltai.  L’emigrazione italiana è stata ed è tuttora un fenomeno grandioso che negli ultimi centocinquant’anni ha conosciuto dei rallentamenti ma non si è mai arrestato e che tuttavia -a dispetto della dimensione e della durata- sembra essere ignorato o rimosso dalla coscienza di molti abitanti di questo Paese. Ogni volta concludo questi pensieri con la constatazione che ormai sono uno dei pochi italiani che ricordano, uno dei quattro gatti che coltivano la memoria, ma si sentono smarriti in una folla smemorata.
Qualche tempo fa, sul treno da Venezia a Roma, mi sono toccati i conversari sul tema degli immigrati di un trentenne liscio come una palla da biliardo e con le sopracciglia ritoccate e di un’abbronzata biondona sulla quarantina, dal fisico atletico e dalla voce stentorea.
Lui è fasciato in una giacchetta di stoffa lucida e grigia, una camicia bianca e una cravattina stretta color bluette. Lei è avvolta in un ricco cachemire beige ed è tutto un riavviare le chiome fluenti, un tintinnare di orecchini, collane, bracciali, pendagli, cinture, anelli e ninnoli. La biondona -addobbata di ori come la Madonna Incoronata- si alza due o tre volte e si porta in processione nel corridoio. Ha fianchi, cosce e sedere possenti. Riesce a far risuonare i passi anche sulla moquette. La guardo e non capisco. E’ agitata e iperattiva oppure, semplicemente –come direbbe un famoso comico-, “con i suoi ormoni si può fare un’impepata di cozze”.  Il trentenne e la quarantenne, sono saliti a Mestre, dall’accento sembrano veneti e sono divorati dalla xenofobia. Si capisce dal fatto che appena seduti attaccano tra di loro il discorso sull’invasione degli africani, sul mandarli ‘a casa loro’, sui respingimenti in mare. Fanno la lista delle malattie che, secondo loro, i neri portano. Il trentenne lucido completa la lunga lista strepitando con voce acuta: “E la scabbia come se piovesse !”. I due scrutano le mie reazioni e sembrano sollecitare un intervento o almeno si aspettano che io annuisca e sospiri “Eh…..”. Invece non ho reazioni, preferisco calarmi nel vuoto dei giornali e in particolare nell’abisso degli affari interni dove una foto mostra il Presidente del Consiglio dei Ministri davanti ad una lavagna con il gessetto in mano. Da quello che ha scritto sulla lavagna si evince che si occupa di ‘Scuola’ e auspica che essa sia ispirata alla ‘cultura umanista’. Proprio così ha scritto: ‘umanista’. Ne ricavo che il nuovo eroe degli italiani ignora la differenza tra un sostantivo e un aggettivo e che un destino beffardo vuole che siano i meno istruiti a decidere dell’istruzione di tutti. Cerco nell’articolo una battuta, un commento a quel ‘cultura umanista’ ma non ne trovo. Ripeto la ricerca negli altri quotidiani e ottengo lo stesso risultato. Il sostantivo travestito da aggettivo in quel contesto (nientemeno che la ‘buona Scuola’ !) non stupisce, non offende e non diverte nessuno. Ancora una volta il Paese mi appare per quello che è : tra la ‘scabbia come se piovesse’ e la ‘cultura umanista’ c’è un robusto filo. E’ lo stesso filo che unisce il pregiudizio, la paura, l’ignoranza, la mistificazione e la violenza. In una farragine opprimente, ciascuno di questi elementi è, al tempo stesso, effetto e causa di tutti gli altri.
La biondona è lì con lo sguardo fisso su di me e attende. Dopo in po’ non resiste più e prorompe col suo vocione: “E neppure voi a Roma siete messi bene !”.  Ormai m’ha tirato fuori dal malinconico rifugio dei quotidiani e per forza devo dire qualcosa. Innanzitutto, la informo che passo a Roma circa la metà del mio tempo ma sono napoletano e che la circostanza -dato il tema- ha un suo valore. Infatti, come molti napoletani, sono abituato a pensare che quando veniamo al mondo non facciamo altro che iniziare un viaggio veloce come un lampo, ma pieno di insidie e con il nulla come meta finale. Ne deriva che, lì a Napoli, ci sentiamo tutti migranti, precari, clandestini, extracomunitari, provvisori e –con assoluta certezza- di passaggio su questa terra. Come molti napoletani penso che gli Stati possono inventare e imporre tutte le leggi che vogliono, ma che gli uomini rispondono ad una sola ed universale legge fatta di poche parole: tutt’ quant’amma campa’. E penso che -quando il viaggio volge alla fine- a ognuno di noi restano soltanto il cielo stellato sopra la testa e nel petto il desiderio di tirare il viaggio per le lunghe, quanto più è possibile, anche se ci ha consumati e addolorati. Da tali vaghi sentimenti e percezioni del reale deriva che -per me e molti altri napoletani- i flussi migratori si collocano nell’ordine naturale delle cose e che il viaggio verso una meta indefinita è una rappresentazione plausibile della stessa condizione umana.
Il trentenne nella giacchetta lucida ha inarcato ancora di più le sopracciglia, si è irrigidito, ha le mani atteggiate in un gesto di difesa. Invece, la biondona mi guarda con l’aria furba di chi si imbatte in un provocatore e vuol fargli intendere di averlo smascherato. Quello che dico la incuriosisce, ma lei è una dritta, non ci casca e pensa: uno così non può pensare davvero certe cose e ha solo voglia di sfottere, di prendere in giro.
Passano altri attimi di silenzio: lui ha l’aria sempre più inorridita, lei pensa seriamente di sputarmi in un occhio. Vorrei rasserenare i compagni di viaggio e orientare la discussione verso il necessario finale: siamo appena a Bologna e, di questo passo, prima di Roma ci accoltelliamo. Con pazienza e buona maniera cerco di virare verso argomenti di senso comune, quelli che sentiamo tutti i giorni in TV : siamo ad un passaggio d’epoca, l’immigrazione ne è l’effetto inevitabile, può essere governata ma non fermata etc.etc.etc.. Ce la sto mettendo tutta quando un lampo mi attraversa il cervello: dico le stesse cose -usando le stesse identiche parole- che dissi vent’anni fa, durante una cena memorabile per più ragioni.  Era l’estate del 1996, a Santa Caterina, nel Salento, ospite di amici. La questione –grave e scandalosa- era che nel centro storico di Lecce c’erano le prostitute nigeriane. Alzai la voce con quasi tutti i presenti e fui sul punto di perdere il controllo per la rabbia e la tristezza. Quella sera fui salvato da una presenza che risultò ancora più preziosa nei giorni successivi. Nei momenti topici della discussione una mano amica mi carezzò la spalla per farmi intendere che non ero il solo a soffrire e che -in quella stanza e in quel momento- c’era qualcosa di meglio del rifiuto e dell’ottusità. Ma adesso -dopo vent’anni di discussioni inutili, lì in treno, con quei due davanti- chi può salvarmi dalla rabbia e dalla tristezza che mi stanno invadendo ancora una volta? Questi non si arrendono neppure di fronte alle ovvietà. Anzi, aprono un nuovo fronte e attaccano con la delinquenza di strada, con la droga, con le rapine. Attività che -sempre secondo loro- sono appannaggio esclusivo dei clandestini. “Non posso più uscire di sera” tuona la biondona. Quella è la sua parola definitiva: non può uscire con due o tre chili di oggetti preziosi addosso. Ha ragione. Che le vuoi dire ?
Ho abbandonato ogni difesa. Mi sento inghiottito da questo eterno presente. Non c’è memoria del nostro ieri e non c’è proiezione nel domani. Il tempo e la storia sono sospesi sopra di noi e le nostre ossessioni, ci guardano e attendono.
Ormai mi sono arreso e per me la conversazione è finalmente conclusa, ma ho un ultimo fremito di rabbia e di tristezza. Vorrei dire anch’io una parola definitiva, ma sono combattuto, confuso. E’ un attimo e la parola viene fuori: “C’è un film americano in cui un personaggio dice che la vita è come la scala di un pollaio: corta, stretta e piena di merda. E’ un vecchio film, per caso ricordate il titolo ?”.

 

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