DI ELIO LANNUTTI
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Il presidente della Bce Mario Draghi, che anche oggi – a differenza del presidente della Fed Janet Yellen ha lasciato invariati i tassi di interesse di riferimento, confermando il costo del denaro a zero, al minimo di tutti i tempi in vigore da marzo 2016, mentre il tasso sui depositi marginali resta a -0,4%, e quello sui prestiti marginali a 0,25%, ricorda gli orchestrali del Titanic, che continuavano a suonare i violini mentre la nave, giudicata inaffondabile, si inabissava a picco negli oceani.
Tutti gli indicatori economici Ue ed internazionali, certificano il totale fallimento delle politiche monetarie di Draghi e Bce, che oltre ad aver provocato la più grave recessione della storia condita da sfiducia, austerità, peggioramento delle condizioni di vita e deflazione, ha innescato un rifiuto popolare nell’Europa delle oligarchie, burocrazie e cleptocrazie finanziarie e della Troika, come dimostra il Brexit con l’imminente uscita degli inglesi dalla gabbia europea con il referendum di giugno.
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Errare è umano, perseverare è diabolico, e Draghi e la Bce, mentre crolla la fiducia nell’Europa dei banchieri e nella funzione salvifica della finanza, non può continuare a difendere una politica monetaria sbagliata, come ha fatto oggi al termine del consiglio di politica monetaria, che si è tenuto a Vienna, con tassi che resteranno ai livelli attuali o più bassi per lungo tempo.
Draghi dovrebbe prendere atto, che il piano di acquisto di titoli pubblici e privati da 80 miliardi al mese (il Quantitative easing), che continuerà fino al marzo 2017 fino a che il Consiglio direttivo non vede un aggiustamento nel percorso dell’inflazione compatibile con un ritorno verso l’obiettivo, di poco sotto il 2% annuo, non ha raggiunto gli obiettivi sperati, anzi è fallito con la modesta ripresa economica ostacolata dalle prospettive deboli dei mercati emergenti.
Le alchimie della Bce, che ha alzato le stime del Pil dell’Eurozona nel 2016 a 1,6% (da 1,4%), mentre per il 2017 conferma la crescita a 1,7%, mentre è stata limata a 1,7% da 1,8% precedente la previsione sul Pil per il 2018, con «la prospettiva dell’inflazione rivista leggermente più in alto per riflettere i leggeri aumenti del prezzo del petrolio a + 0,2% per il 2016 (in precedenza stimata allo 0,1%), 1,3% per il 2017, 1,7% per il 2018, non bastano più.
Se Draghi e Bce, che hanno la grande responsabilità di evitare la rottura del modello Europa, vogliono dare un segnale positivo, hanno l’obbligo di annunciare un aumento dei tassi di riferimento Bce, portandoli all’1% a fine anno, seguendo la scia della Fed, per combattere la deflazione e restituire fiducia ai risparmiatori.
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