DI EMILIA URSO ANFUSO
EMILIA URSO ANFUSO
Nel 1975 in Italia si iniziò a parlare di educazione sessuale nelle scuole medie. Ricordo ancora le risatine nervose di noi bambine, che di sessualità non sapevamo quasi nulla, ma di cui immaginavamo dover scoprire un universo parallelo.
L’ora di educazione sessuale fu introdotta, ma nella realtà dei fatti, erano sterili lezioni di anatomia umana, collegate a qualche labile informazione relativa alla necessità di osservare una scrupolosa igiene delle parti intime, senza neanche entrare troppo nei dettagli.
Erano gli anni dell’approvazione della Legge sul divorzio e gli albori dei movimenti femministi. Ogni giorno, nelle grandi città italiane, subivamo qualche manifestazione con tanto di falò nelle piazze, per bruciare i “simboli della società maschilista”: reggiseni.
All’epoca non capivo per quale motivo queste donne bruciassero in piazza tanti bei reggiseni colorati. Io non vedevo l’ora che mi fosse concesso il permesso di indossare il primo, su forme troppo acerbe per meritare di essere coperte. A dire la verità, ancora oggi non mi è chiaro il simbolismo. Resterò per tutta la vita ignara del contenuto – in codice – di un messaggio che non ho mai recepito.
A 41 anni dalla dichiarazione dell’introduzione delle lezioni di educazione sessuale, e come spesso accade nel nostro paese, un bel nulla di fatto esprime le ragioni dell’assoluta volontà di sbandierare progetti sociali senza mai metterli in pratica. Oggi si parla addirittura di “Educazione di gender” dalle scuole  elementari in poi, ma appare essere più un messaggio propagandistico dato dal momento storico, piuttosto che una presa di coscienza che i tempi sono cambiati, e con essi, deve cambiare il metodo attraverso il quale si formano le donne e gli uomini di domani.
I tempi sono cambiati, sì. Al punto tale che, rispetto a una quarantina di anni fa – eravamo davvero bambini, nell’accezione pura del termine – oggi non trovi un bambino di 10 anni che non sappia cosa significhino parole quali “Omosessuale” “Lesbica” “Sesso” “Transessuale” “Preservativo”.
A fronte di ciò, in un’epoca in cui il femminicidio prende larga parte delle cronache di tutte le testate nazionali, si perde il criterio di rapporto sentimentale.
A furia di voler fare i “moderni” e – distorcendo completamente il contenuto del discorso – di assimilare il concetto di modernità con quello di libertà sessuale, abbiamo ottenuto un errore: considerare prioritariamente il sesso rispetto al sentimento che lega due persone, di qualsiasi sesso.
Quando un uomo arriva ad uccidere la propria donna o la ex, esprime di fatto l’incapacità di guardare al partner come a un essere umano, con una vita a sé, con desideri spesso diversi e diverso modo di approcciare alle cose della vita.
Il maschio resta, nel suo io profondo, l’elemento dominante. Nulla è cambiato da quando nel nostro paese esisteva una Legge – una Legge! – che permetteva all’uomo il delitto d’onore, in una società in cui la normalità di coppia, era – spesso – rappresentata dall’accettazione totale del fatto che a un uomo fossero consentite le scappatelle.
L’uomo di oggi, effettivamente, è molto cambiato, ma solo a livello di immagine. “Deve” apparire di idee aperte relativamente all’universo femminile, ma – effettivamente – nessuno gli ha insegnato come e perché, può e deve guardare al mondo femminile non più con l’occhio del predatore e del possessore, ma della persona che cammina – paritariamente – accanto a un’altra persona. E non sa, nella maggior parte dei casi, come comportarsi trovandosi accanto a donne ormai indipendenti economicamente, ma anche con una mentalità, rispetto ai criteri della vita, pari a quella dell’uomo.
Oltre ciò, manca totalmente l’educazione ai sentimenti. La maggior parte delle persone, di ambo i sessi, ritengono che l’Amore altro non sia che un senso di possesso, a volte spinto fino alla paranoia, e di passione spinta all’eccesso, di sesso che fa faville e di tutta una serie di cose che, per natura, vengono via via a mancare, cedendo il posto a quel sentimento più quieto e confortante, che è il vero bene.
Ma il “vero bene” è qualcosa che rende liberi e deve lasciar libero chi abbiamo accanto. Libero non solo concettualmente – le parole non servono mai a nulla – ma nei fatti. Accettare le differenze, i diversi scopi di vita, i diversi desideri, un diverso modo di percepire le cose. Accettare anche, che una storia possa finire, pur nel dispiacere di entrambi per il tempo passato insieme, ma non per questo ritenere la fine un fallimento personale,  tale da spingere a “finire”, letteralmente, chi si permette di mettere in dubbio una perfezione ambigua, dovuta non a un rispetto dell’altro, espresso sotto ogni forma possibile, ma attraverso ciò che si vuole – a ogni costo – che il mondo esterno percepisca.
Spesso, dietro un femminicidio, ci sono uomini incapaci di amare se stessi. Che non hanno ricevuto alcuna educazione alla sfera sentimentale. Figli di madri che li hanno fagocitati, egocentriche e quindi inarrivabili. Questi figli, non imparano ad amare, ma a possedere. Nella convinzione di poter, finalmente, possedere ciò che non gli è stato concesso fin dall’infanzia.
Sottrarre l’oggetto del possesso a un uomo così condizionato da se stesso e dai suoi pregressi, non può che convincerlo di poter disporre in ogni modo di un’altra persona. Con ciò, non ho alcuna intenzione di fare analisi psicoanalitiche o scusare chicchessia. Ritengo però, in una società riformista come la nostra, che se c’è urgenza di riformare qualcosa, questo qualcosa è certamente il criterio di convivenza tra esseri umani, la cui espressione più alta, è quella di coppia, dal momento che scaturisce – o dovrebbe scaturire – dai sentimenti liberamente provati ed espressi da due persone che si incontrano.
Educare le persone ai sentimenti, significa formare le prossime generazioni all’armonia, al rispetto di se stessi e quindi, degli altri.
Non credo che avverrà mai l’introduzione delle lezioni di educazione sentimentale, perché significherebbe che stiamo vivendo in una società pronta a fare un grande salto di qualità, e non ne vedo i sintomi precursori.
Dovremmo esser capaci, autonomamente, di comprendere come sia urgente fare ordine nel caos scomposto che alberga nei rapporti interpersonali attuali. Anche questo però, resta un miraggio. Le persone hanno perso del tutto la capacità di autogestirsi, chiedono aiuto ad altri per risolvere questioni di spessore individuale, non conoscono se stessi e nemmeno provano ad incontrare la propria anima. E’ un vero peccato, perché oltre al grosso danno sociale, dato dalla perdita del tutto immotivata di valori e vite umane, si perde sempre più la speranza di poter giungere al criterio finale per cui tutti esistiamo. Si chiama “Armonia”, ma nessuno ce lo insegna. I più fortunati, ce l’hanno nel DNA, e non possono far altro che dribblare – costantemente – tra gli ostacoli inflitti da un’umanità che corre verso il nulla. Disperatamente in cerca di se stessi.
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