DI ANGELICA GIORDANO

Il cinema di Virzì ha solitamente proposto commedie dai temi duri, ma raccontate con animo leggero, dai risvolti dolceamari, malinconici. Dal primo successo, “Ovosodo”, al bellissimo e sfibrante “Tutta la vita davanti”, per finire col più recente “Il capitale umano”. La pazza gioia ha riscosso molto successo al Festival di Cannes e ne sta tuttora riscuotendo nei cinema da un paio di settimane a questa parte, ma soprattutto  sta conquistando la maggior parte delle candidature ai Nastri d’argento.

Con questo film, Virzì porta avanti il suo modus operandi, deliziandoci con qualche battuta tagliente e  con tanta voglia di piangere insieme alle protagoniste. E loro sì che ne hanno di motivi per farlo: Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti) s’incontrano per la prima volta a Villa Biondi, una comunità terapeutica molto accogliente per donne con disturbi mentali. La prima è una ricca nobildonna logorroica, bugiarda e assolutamente implacabile, ma non così egoista come potrebbe sembrare. La seconda è una ragazza fragile, mentalmente e fisicamente, ma che sa mettersi in gioco. Le due stringono un forte legame, compensandosi a vicenda e dividendo il male comune della depressione. La malattia più difficile e incomprensibile, che risucchia tutte le energie; dalla quale si tenta di scappare, spesso con insuccesso, e data dai motivi più disparati, ma che, in questa storia specifica, riguardano una noia patologica e uno shock da separazione.

Beatrice e Donatella un giorno decidono di scappare, ma ciò che parte da una bravata finisce in una serie di avventure che portano alla comprensione dei motivi della malattia e alle loro spinose confessioni. La Tedeschi e la Ramazzotti sono ottime interpreti per  queste fragili e “matte” donne e monopolizzano la scena; nonostante il deja-vù recitativo distratto e biascicato della Ramazzotti, ma che ormai è cresciuto talmente tanto da diventare piacevole e forse ormai divenuto il suo marchio di fabbrica.La Tedeschi risulta perfetta, travolgente ed assoluta. Assolutamente fuori dagli schemi in alcuni momenti e assolutamente tragica e drastica in altri.

Per scrivere la sceneggiatura, Paolo Virzì  e Francesca Archibugi, si sono informati per molto tempo su disturbi, cliniche e terapie da psichiatri e psicoterapeuti che li hanno portati a conoscere pazienti con i più disparati disordini mentali, così da riportare sullo schermo  minuziosamente i  loro comportamenti. E nel loro intento ci sono sicuramente riusciti, diffondendo un vero, ma poco visibile messaggio: “il 40 per cento delle persone soffre di malattie mentali nel mondo cosiddetto ricco. E tutti soffrono di angoscia o ansia, ma la cosa viene rimossa e guardata con disprezzo, come se non potesse riguardare nessuno che non sia un matto. Perché evidentemente la malattia mentale fa paura”.

Pensare di avere qualcosa che non vada nella nostra mente spaventa, ma niente spaventa più del giudizio delle persone. Le situazioni antecedenti la casa di cura delle protagoniste sono raccontate con un forte realismo, come per farci capire che a chiunque potrebbe capitare di sprofondare nell’abisso, ma che per non succedere basta essere compresi, sostenuti e amati da qualcuno, perché come canta Gino Paoli in Senza fine, colonna sonora del film, “tutto è ormai nelle tue mani, mani grandi mani senza fine”.

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