Boccia ha riconosciuto che la nostra economia «è senza dubbio ripartita, ma non è in ripresa, è una risalita modesta, deludente, che non ci riporterà in tempi brevi ai livelli pre-recessione». Poi ha detto: «Non vogliamo giocare al ribasso: vogliamo una più alta produttività per pagare più alti salari». È proprio «l’andamento della produttività la causa della lenta crescita italiana. È una variabile decisiva». Gli aumenti retributivi, ha spiegato, devono corrispondere ad aumenti di produttività.
L’impostazione è corretta, però, Vincenzo Boccia dovrebbe sapere che la produttività del lavoro dipende dalla qualità del prodotto. Prodotti di migliore qualità possono permettere di aumentare le vendite e quindi possono far espandere la produzione. Così si mettono in moto le economie di scala che determinano la riduzione dei costi fissi per unità di prodotto e aumenta la produzione per addetto, cioè la produttività del lavoro, che fa diminuire il costo del lavoro per unità di prodotto.
In questo quadro la maggiore flessibilità del lavoro rappresenta un vano tentativo di comprimere il costo del lavoro trascurando l’obiettivo della qualità. Nell’ultimo decennio infatti abbiamo visto che alla maggiore flessibilità del lavoro si è associata una produttività del lavoro stagnante. Solo la qualificazione professionale dei lavoratori insieme a maggiori investimenti nella ricerca e nell’innovazione possono permettere di procedere verso un modello di sviluppo orientato alla qualità dei prodotti e dei servizi, condizione fondamentale per trainare l’espansione delle vendite e quindi la crescita della produttività del lavoro. Per questo bisogna promuovere la crescita dimensionale delle imprese: aziende più grandi e strutturate sono dotate di personale in grado di svolgere le varie funzioni con una professionalità più elevata, hanno un maggiore potere contrattuale nei confronti del sistema bancario e possono agire in modo più attivo sul mercato.
Per quanto riguarda la questione energetica, Vincenzo Boccia, invece di mettere al centro l’obiettivo della riconversione ecologica dell’economia, ha riproposto vecchie ricette – l’Italia come hub internazionale del gas – che non permetteranno al nostro Paese di superare l’era dei combustibili fossili e di ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia.
Sul fisco, la richiesta è alleggerire il carico su lavoro e imprese spostandolo sulle cose con politiche a saldo zero. «Siamo coscienti – ha aggiunto – del vincolo del debito pubblico. Non bisogna violare le regole, piuttosto proseguire nelle riforme strutturali per ridurre la spesa pubblica». Si tratta di una strategia che non farà uscire il nostro Paese dalla depressione in cui è piombato da circa 8 anni a questa parte. Lo spostamento del carico fiscale dal lavoro alle merci, se da un lato farà aumentare il potere d’acquisto del lavoro, dall’altro lo ridurrà perché un aumento della tassazione indiretta (IVA) farà innalzare il prezzo dei prodotti; mentre i tagli della spesa pubblica – che ovviamente deve diventare più efficiente – determineranno una riduzione della domanda pubblica e privata e quindi delle attività delle imprese. L’acquisto di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione e le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici alimentano le vendite delle imprese, mentre i servizi sociali (istruzione e sanità) permettono di salvaguardare il reddito disponibile delle famiglie e quindi le risorse da destinare ai consumi privati.
Infine, Boccia si è schierato contro le politiche di austerità che assomigliano a un accanimento terapeutico. Posizione giustissima, che però non è stata accompagnata da alcuna proposta. Oggi abbiamo bisogno di politiche economiche nettamente espansive in grado di dare una spinta poderosa alla ripresa dell’economia. Per questo servono interventi non convenzionali come potrebbe essere l’emissione della moneta fiscale.
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