DI VIRGINIA MURRU
virginia murru
Secondo le stime del Ministro di Economia e Finanza, Pier Carlo Padoan, “il comparto bancario italiano è uscito da una crisi profondissima”, e quindi il ciclone, per il momento, sembra domato, anche se i pareri degli analisti e delle Agenzie di rating, non sono unanimi. Siamo sicuri che il sistema sia ‘clinicamente guarito’?
Del resto il ministro dell’Economia, ha anche il compito di rassicurare, non di allarmare, in un momento delicato come questo, che si spera di transito, di passaggio verso un climax migliore. Proprio ieri (1 giugno), in un’intervista rilasciata a Sky TG24, il ministro ha dichiarato:
“Non sono preoccupato per la crescita, anzi. La crescita accelera, dopo anni di recessione l’economia italiana ha svoltato. Certamente non sono soddisfatto, dobbiamo fare molto di più e il governo continuerà a fare le riforme e a sostenere il taglio delle tasse”. E aggiunge: “Dopo anni di recessione, in cui l’Italia ha lasciato sul campo 10 punti di Pil, ora un aumento dell’1% per l’anno in corso, è da ritenere un buon risultato.
La crescita del Pil è confermata anche dall’Ocse, che attraverso le stime dell’Economic Outlook, di febbraio, aveva previsto un aumento per l’anno in corso, dell’1%, e dell’1,4% per il 2017. Stime confermate nei giorni scorsi.
Secondo i giudizi dell’Organizzazione, determinanti saranno gli investimenti, sia nel settore pubblico che in quello privato, e molto dipenderà anche dagli interventi del governo volti a rendere meno pesanti i bilanci delle banche, gravati dai crediti in sofferenza. Per questo si rivolge all’esecutivo affinché la spesa sia ridotta e razionalizzata, anche attraverso il buon funzionamento dell’amministrazione pubblica.
Si punta il dito sul settore bancario, nonostante il governo ne difenda la presunta efficienza a spada tratta, ma non è possibile ignorare la piramide minacciosa di crediti deteriorati, anche in grandi istituti che hanno sempre dimostrato stabilità. Si tratta di centinaia di miliardi di crediti in sofferenza ( intorno ai 350 mld), che inceppano il sistema, e non permettono d’interagire agevolmente nel mercato. Oltre la metà di questi crediti, sono ‘pure’ sofferenze, nel senso che le banche non potranno convertirli in utili, perché proprio inesigibili. Il resto costituisce la parte recuperabile, e sono i cosiddetti ‘crediti incagliati’ (circa 150 mld), che potranno rientrare, ma non temporaneamente.
La crisi economica è una tempesta che si abbatte nel sistema economico e si allarga, come se si scagliasse un sasso in una distesa di acque immobili, e creasse onde d’urto concentriche, aumentandone l’influenza e il raggio d’azione. Questo perché, in generale, ogni settore è vincolato all’altro, e se vi sono turbolenze che ne modificano gli assetti, nel volgere del breve-medio periodo, i contraccolpi saranno ben visibili e quantificabili.
Se, per esempio, la crisi aggredisce il settore industriale, incidendo pesantemente sull’export, le conseguenze si faranno sentire nella contrazione di importanti dati macro, fondamentali per un’economia, come i conti pubblici, il Pil, la disoccupazione, il tasso d’inflazione. A tutta questa pandemia non potrà certo essere estraneo il comparto bancario.
Gli istituti di credito, che a volte ‘spostano montagne’ in ambito finanziario, sono il ‘core’ che riflette la salute di un’economia. Se viaggiano in piena efficienza, significa che il motore economico è ben avviato; quando hanno le tasche piene di sofferenze, significa che settori importanti, come quello industriale, manifatturiero, piccole e medie industrie, ecc., hanno pesanti problemi dipendenti da una forte crisi economica. La recessione, derivata a sua volta dalla contrazione a livello globale del Pil, specie da un anno a questa parte, in Italia, ha causato conseguenze molto serie, e solo con misure gravose per i cittadini, si è riusciti a passare oltre questa insidia.
Ma ci sono passati anche gli USA in queste maglie strette, pertanto, tra le economie di mercato, facenti peraltro parte del G20, siamo in ‘buona’ compagnia. Il malessere del comparto bancario, a sua volta, visti gli inesorabili leganti con la sorte dell’economia globale, difficilmente può essere circoscritta ad un solo stato. La crisi non ha risparmiato neppure i grandi istituti di credito di rilevanza sistemica, e non solo in Italia sono crollati dei miti, ma anche alla City, negli States, in Germania..
Tutto ha travolto la crisi globale, e tutti, chi più chi meno, sono ancora impegnati a curare le ferite.
In Italia, l’iniziativa del Fondo Atlante, voluto dai più importanti istituti di credito e altri attori chiave della finanza (ramo assicurativo, per esempio), è nato dalla consapevolezza di questi enormi disagi nel settore bancario, per un fattivo sostegno delle banche a rischio, per evitare deragliamenti che finirebbero in default, com’è capitato ai quattro istituti messi in risoluzione. Il Fondo è stato elogiato in tutti gli ambienti dell’economia e della finanza che contano, dalla Commissione europea, alla BCE, dal Presidente della Banca d’italia, Visco, al ministro Padoan.
Il Fondo Atlante, proprio secondo il ministro dell’Economia, ha scongiurato una crisi sistemica, poiché ‘le banche italiane sono fuori da una crisi profondissima”.
Secondo le conclusioni del ministro, la crisi del comparto è stata creata da una insidiosissima recessione, che ha incrementato i crediti deteriorati e contratto la capacità di raccolta delle banche. Emergenza che ha coinvolto lo stato, secondo Padoan, migliorando la normativa interna e rendendo più semplice per l’istituto in difficoltà, la cessione delle proprie sofferenze. Il Fondo, appena istituito, è stato subito impegnato in alcune operazioni di ‘pronto soccorso’ bancario. Il primo è stato un provvedimento nei confronti della Banca Popolare di Vicenza, attraverso l’aumento di capitale. Ma è in corso anche quello relativo a Veneto Banca.
Questi giorni ( 1 giugno), il Financial Times ha pubblicato un articolo su un accordo- intesa italo-francese, chiamato anche in gergo politico ‘non paper’ ( ossia proposta informale di accordo), sui nuovi parametri standard prudenziali, fissati dal Financial Stability Board, e riguardante i grandi istituti di credito, di rilevanza sistemica.
I due paesi, in sostanza, concordano sulle misure volte ad assicurare la stabilità finanziaria, ma alzano la guardia un po’ allarmati, quando si tratta di interventi decisi per aumentare il grado di sicurezza della banca Tali interventi dovrebbero essere ponderati, secondo criteri e riferimenti che tengano conto delle condizioni di concorrenzialità tra i diversi istituti internazionali, che devono sottostare a ‘climi’ finanziari diversi, e regimi economici altrettanto differenti. Per questo, secondo questo documento diffuso da Francia e Italia, è necessario evitare di creare svantaggi che risultino competitivi per le banche europee, quando si tratta di costi di funding, per esempio.
L’allarme è partito, secondo il Financial Times, da Elke Konig, chairwoman (responsabile) della gestione relativa alla crisi del settore bancario nell’Eurozona, la quale ha ripetuto in diverse circostanze, che il Bord può forzare alcune banche ad avere in garanzia, fondi di deposito superiori all’8% delle loro passività, in precedenza considerato il riferimento (benchmark), nell’UE. Queste dichiarazioni, secondo il Financial Times, avrebbero portato i due paesi a reagire, visto che effettivamente, i grandi istituti potrebbero essere forzati ad aumentare gli standard prudenziali, per garantire la copertura ed evitare gravi ripercussioni e rischi di default. Standard che vanno oltre quelli internazionali, fissati dal regolamento del TLAC (Total-Loss Absorbing Capacity), concordato lo scorso anno dal G20. E infatti lo standard minimo stabilito in quell’occasione, era stato del 6,75% sulle passitivà totali.
Assetti ed esigenze piuttosto complessi, come lo è tutto il mondo finanziario del resto, e finché l’UE resterà un coacervo di accordi e trattati di carattere puramente economico, mentre il versante politico avrà redini che se ne vanno per i fatti loro, la sintonia all’interno dell’Eurozona specialmente, sarà limitata dagli interessi di ciascuno stato membro. Inevitabilmente.
“European banks: new rules, old problems”, osserva il quotidiano economico inglese, ed è la pura realtà dei fatti riguardanti il settore bancario.
In Italia, nonostante la buona volontà di credere alle dichiarazioni di Pier Carlo Padoan, il mondo bancario fatica a sollevarsi dal potente scossone inferto dalla crisi, e certamente che i segnali di ripresa ci sono, ma non si può cancellare con un colpo di spugna quella catasta di miliardi che rappresentano le sofferenze del comparto. E il malessere risale proprio a circa 8 anni fa, ma la politica economica del governo non ha mai affrontato seriamente queste emergenze che hanno pesato su tutto il sistema.
Da quando gli organi di vigilanza della BCE, hanno deciso di monitorare la situazione del comparto nell’Unione, inviando circolari e documenti col fine di fare il punto sulla situazione dei crediti deteriorati, nonché delle coperture previste, per sanare le fratture delle perdite, l’orizzonte del settore è più chiaro. E anche il governo in Italia se n’è occupato con maggiore incidenza e attenzione. Istituti importanti come Bper, Mps, Carige e Unicredit, Banco Popolare, e Bpm, sono ora da mesi sotto esame da parte della BCE, che ovviamente vigila anche sui grandi istituti dell’unione, Germania compresa, la quale, nel volgere di pochi anni, ha accusato i colpi della crisi nel settore, e banche solidissime, come la Deutsche Bank, hanno dovuto fare i conti con le conseguenze, niente affatto graziate dalla pur sempre solida economia del paese.
Nel sistema bancario italiano, almeno 16 banche hanno problemi che incidono fortemente sulle risorse di sussistenza dell’istituto.
Come si diceva poc’anzi, La BCE sta vigilando sulle sofferenze bancarie, in tutta l’Unione, e i processi di controllo sono basati su un particolare strumento chiamato ‘Single Supervisory Mechanism’, si tratta di circolari, con moduli allegati, che ogni istituto di credito deve compilare, precisando l’entità dei crediti deteriorati (che ha in portafoglio), e la relativa copertura, per garantire che queste voragini possano essere coperte senza interventi esterni, soprattutto di carattere statale. Il malessere del comparto bancario, viene da lontano, ma sicuramente non è riconducibile, in termini di tempo, agli ultimi esercizi. Sono situazioni pregresse, che col tempo, hanno acquisito un profilo che in molti casi sfiora l’emergenza.
Proprio il controllo sistematico avviato dalla Banca Centrale Europea, ha permesso di portare in superficie il tenore degli squilibri e le ‘sofferenze’ esistenti nel settore, e nel contempo di porre in essere misure atte a fronteggiare le gravose difficoltà.
Come si accennava, in Italia, navigano in pessime acque almeno 16 istituti, attualmente sotto commissariamento. Secondo un recente elenco pubblicato da ‘Il sole 24 ore’, si va ben oltre le 4 banche finite in bancarotta, che poi hanno sollevato lo scandalo di cui ormai tutti sanno.
Le banche in difficoltà sarebbero dunque: Banca Popolare dell’Etruria, Banca delle Marche, Cari Ferrara, Cari Chieti, anche Cari Loreto, Banca Popolare delle province calabre, BCC Banca Romagna Cooperativa, BCC Irpina, BCC Banca Padovana, Credito Trevigiano, Cassa Rurale di Folgaria, Banca di Cascina, Banca Brutia, BCC di terra d’Otranto, Istituto per il credito sportivo, Banca Popolare dell’Etna.
Per la tutela è importante avvalersi di ricerche basate sul patrimonio di vigilanza, che mette in rilievo il rapporto tra investimenti e patrimonio della banca stessa. Occorre controllare dati fondamentali che sanciscono l’efficienza o l’inaffidabilità di un istituto di credito, ossia il ‘Tier 1 capital’, detto anche ‘Core Tier 1’, che in sostanza significa patrimonio di classe 1, e costituisce la componente più fondamentale del capitale di una banca. Il rapporto tra il Tier 1 e le attività ponderate per il rischio, permette di stabilire il coefficiente patrimoniale, Common Equit Tier 1, noto con la sigla ‘Cet 1’, che riflette in pratica lo stato di patrimonializzazione di una banca, è pertanto un coefficiente importante che ne misura il grado di stabilità ed efficienza sul piano finanziario. In base alle regole stabilite dall’Unione, un Cet 1 Ratio (cioè il rapporto tra Core ed Equity Tier 1), deve essere almeno del 10%.
A tutela del risparmiatore, ci sono anche i parametri di rating accertati dalle varie agenzie che si occupano dell’analisi di questi dati, e sono in grado di esprimere una valutazione abbastanza attendibile sull’effettivo stato finanziario di un istituto di credito.
Purtroppo sono i mercati che non si fidano molto della solidità del sistema creditizio italiano, ed è per questo che ogni tanto, specie negli ultimi mesi, si diffonde il cosiddetto ‘panic selling’, ossia la fretta di vendere e disfarsi di titoli che si ritengono a rischio. La tendenza dei risparmiatori è comunque quella di glissare ed evitare il settore, con perdite conseguenti, e ‘performance’ negative talora disastrose.
Il Fondo Atlante, non sarà panacea per tutti i mali, ma sicuramente avrà un ruolo importante per le banche in difficoltà. Prima di tutto ha esordito con una raccolta di dati riguardanti i crediti deteriorati delle principali banche italiane, a fine esercizio 2015.
Di particolare interesse è il Texas Ratio, ovvero l’indicatore che segnala il grado di rischio dato dal rapporto tra le passività dei debiti netti deteriorati, e il patrimonio netto tangibile della banca. Più risulta elevato il Texas Ratio, più la banca rischia il collasso. Il bail in, ossia il meccanismo di salvataggio degli istituti di credito, recepito dalla legislazione italiana il primo gennaio di quest’anno, è nato in ambito UE, proprio per tentare il risanamento delle banche attingendo dalle risorse interne, evitando di gravare sui mezzi dei relativi stati membri, peraltro in gran parte provatissimi dalle emergenze affrontate per superare la crisi.
Secondo gli ultimi rendiconti del Ministro dell’Economia, il settore, in Italia, è ‘fuori emergenza’, malgrado i postumi di un serio malessere. Come sempre, sarà il tempo a confermare o a smentire i risultati di esami e contro esami, l’economia, del resto, è quanto di più improvvido e controverso sia sempre esistito nella società umana.
foto di Virginia Murru.
Annunci