DI LUCA SOLDI
luca soldi

Ci sono importati sviluppi circa le indagini che coinvolgono uno dei giudici, eletto nel 2015, alla Corte Costituzionale. Una delle figure fondamentali per il voto sull’Italicum, Augusto Barbera, finisce sotto accusa per aver sponsorizzato la cattedra universitaria al figlio dell’Ex-Garante per la Provacy.

“Do ut des” è un affermazione latina dal significato letterale «io do affinché tu dia» ed e’ proprio questa frase ad aver dato il nome alle indagini che nel 2010, avevano portato alla luce un sistema governato da baroni universitari che imponevano le cattedre per cooptazione e scambio.
Un vero e proprio mercanteggiare alle spalle del sapere dove i concorsi sono davvero imparziali solo per chi ha voglia di crederci.
Era accaduto, infatti che decine di baroni universitari erano finiti sotto la lente d’ingrandimento per aver pilotato nel 2010 i concorsi per diventare professori nelle università italiane. L’inchiesta era partita dal pm di Bari Renato Nitti, in collaborazione con la Guardia di Finanza e successivamente era stata trasferita per competenza a Roma e Milano.
Tutto nasceva da alcuni episodi avvenuti nel 2009, quando la procura barese si era trovata ad indagare su un concorso bandito dall’Università telematica Giustino Fortunato. Erano gli anni della riforma dell’ex ministro Mariastella Gelmini che, cambiando le regole dei concorsi, aveva destabilizzato il localismo imperante, varando una commissione nazionale per selezionare i futuri professori. La Finanza aveva scoperto che gli indagati tentavano di far eleggere in quella commissione i professori che ritenevano avvicinabili – secondo la tesi dell’accusa – per manipolare i concorsi e pilotare le nomine. Un vero adattamento alle nuove normative che lascio’ sbalorditi per la velocità di azione. Lo scandalo fu enorme, per la portata delle indagini, per il numero e la figura dei protagonisti, un po’ meno per la sorpresa, per il fatto che nonostante tutto, nell’ambiente, le nomine continuavano ad essere avvolte da nebbie molto fitte.

Adesso ad anni di distanza si chiudono le indagini ed arrivano le accuse che coinvolgono figure di primo piano nel panorama dei costituzionalisti. Fra questi addirittura un membro della Consulta, Augusto Barbera, classe 1938, professore di Diritto Costituzionale.

Il suo nome, “pesante”, è nell’elenco degli indagati, con l’accusa di falso in atto pubblico per induzione, nell’inchiesta per quei fatti, in buona compagnia di una ventina di coinvolti nel filone romano. “Finalmente”, ha commentato il professore al Fatto Quotidiano, “Considero una buona notizia la conclusione delle indagini. Così potrò, per la prima volta, conoscere gli addebiti ed esporre a un giudice le mie ragioni. E sottolineare che non ero membro di alcuna commissione giudicatrice”. Il professor Barbera adesso potrà depositare una memoria difensiva e la procura di Roma valuterà se chiedere il rinvio a giudizio o meno.

La posizione di Barbera e’ però delicata perché siede tra i giudici che dovranno valutare l’Italicum e da tempo manifesta il suo apprezzamento per la riforma costituzionale, pur non essendosi apertamente schierato per il “Si”.
Qualcuno arriva a definirlo un vero “ultra’” della Boschi.

Negli atti d’indagine Barbera viene definito “sponsor” del candidato Federico Pizzetti, figlio di Francesco, ex Garante della Privacy. Gli investigatori segnalano il contenuto di una conversazione di Barbera del 5 febbraio 2010, nel quale, nel afferma di aver “preso a cuore” le sorti di…. la facendo intendere di …. farsi ‘carico’ personalmente dell’idoneità di Pizzetti”.

In una intercettazione Pizzetti è ancora più esplicito: “Per (l’università, ndr) Europea c’è il ragazzo che m’interessa?”.

Più volte intervistato, nel corso di questi anni, Barbera ha sempre dichiarato di non capire in che modo possa essere coinvolto, di essere estraneo. Con la riforma Gelmini, secondo lui, gli accordi non dovrebbero essere possibili: la commissione è sorteggiata su centinaia di nominativi, anche se poi non esclude che: “può sempre accadere che un collega faccia qualche pressione”.

Un ‘saggio’, così lo aveva definito il Presidente della Repubblica Napolitano nel destinarlo a suo tempo allo studio della Riforma Costituzionale, dinanzi a un eventuale avviso di garanzia, non dovrebbe rimettere il proprio mandato? “La commissione s’è chiusa il 17 settembre 2013”, rispose Barbera, “se poi arriva un avviso di garanzia, e io non ne ho ricevuti, ognuno si comporta secondo la propria sensibilità: un avviso di garanzia non significa nulla, anzi, si tratta di un atto a garanzia dell’indagato”. Adesso quell’avviso e’ arrivato. Ma circa le dimissioni, in una fase così delicata e nell’approssimarsi di decisioni importati e del voto sulla Riforma Costituzionale di ottobre , se ne esce: “Dimissioni? No. Voglio prima ascoltare quel che mi contesta il giudice e spero che esponendo le mie ragioni, la mia posizione sia definitivamente chiarita”.

foto di Luca Soldi.
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