DI GIULIO CAVALLI
giulio cavalli
Il servizio video sui ritardati pagamenti di Expo non è un editoriale o il pezzo di penna di un opinionista incattivito: Expo 2015 ha affossato alcune delle eccellenze industriali italiane contravvenendo in toto il proprio mandato. E anche se il ministro Martina promette di intervenire “per quanto possibile e il prima possibile” (una frase sempre in tasca al governo di ogni tempo ed ogni colore) lo stallo attuale che lascia per strada 150 famiglia ha un nome e cognome: Giuseppe Sala.
Se è vero che il super manager dovrebbe essere il condensato del “grande successo internazionale di Expo” come si spingono a dirci il premier Renzi e il Partito Democratico (che mica per niente l’hanno incoronato candidato sindaco ideale di Milano) allora è proprio Sala che ci deve rispondere su tutti gli aspetti correlati e Expo 2015 ha bisogno di almeno tre valutazioni: comunicativa, finanziaria e etica.
Expo comunicativo. Ecco il capolavoro di Beppe Sala: trasformare un agglomerato di interessi, cemento e soldi in una vetrina di operosità, ottimismo e internazionalità. Expo è stato il perfetto compagno di viaggio della narrazione renziana che ha bisogno di superare ostacoli, gufi e pessimismo per brillare nella vittoria. E così la manifestazione internazionale è diventata la clava ideale per bastonare i contrari, i disillusi e la sinistra. La comunicazione, del resto, è stata la priorità di Expo e non è un caso se le spese di rappresentanza sono state considerate una priorità nei pagamenti ai fornitori. Quindi Sala è un comunicatore. Anche lui. Bene. Ma basta?
Expo finanziario. Una manifestazione senza bilancio. O meglio: un bilancio declamato in attivo ma smentito nei numeri e poi tutti subito a soccorrere le cifre parlando (a caso) degli introiti collaterali. Beppe Sala ha tirato le somme politiche (e non era affar suo) e capitalizzato il consenso personale (domenica vedremo quanto pesa su Milano) ma sul bilancio finanziario improvvisamente ha assunto questo simpatico atteggiamento di chi vorrebbe dirci che non sia “affar suo”. Eppure Expo è andato peggio di quanto previsto dal punto di vista degli incassi e ancora di più lasciano perplessi tutte le mossette messe in campo per non essere chiari sugli ingressi e sui ricavi. Basilio Rizzo da tempo in Consiglio Comunale chiedeva maggiore chiarezza ma le risposte latitano. Insomma Beppe Sala è fortissimo negli spot promozionali ma poi non conosce le specifiche del prodotto che vende. Alzi la mano chi lo vorrebbe come amministratore delegato.
Expo etico. E qui viene il bello: ci dicono che al di là degli incassi Expo è servito per mostrare “l’Italia migliore”, quella che “riparte” e che mostra i propri talenti al resto del mondo. Solo che mentre il premier e Sala si facevano i selfie celebrativi i padiglioni sullo sfondo hanno lasciato a casa qualche centinaio di operai. Siamo un Paese che ha sbriciolato negli ultimi anni l’etica nel fare impresa e il più importante evento dell’ultimo periodo rischia di essere italianissimo nella gestione dei pagamenti. Se Expo 2015 lascia macerie sociali come quelle che ci vengono raccontate in questo servizio significa che per la comunità è stato un pessimo esempio. E non può Sala scaricare responsabilità sugli altri: di grandi manager (o statisti) che vorrebbero accollarsi i successi e scaricare ad altri i fallimenti è piena la storia d’Italia e anche dal punto di vista politico (perché Sala ha deciso, candidandosi, di sottoporsi al giudizio dei  cittadini) il benessere dei lavoratori è un punto dirimente. Per ora fallito, tra l’altro.
Fingere di non sapere o non rispondere non vale. Non funziona. Non si fa.
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