DI PIPPO GALLELLI

pippo gallelli
Perché Muhammad Ali, al secolo Cassius Marcellus Clay Jr, è considerato il più grande boxer del 900? Perché se si parla di pugilato, viene alla mente  la sua immagine, elegante e grintosa, prima di ogni altra? La boxe di fuoriclasse ne ha avuti, altrettanto grandi, ma lui era qualcosa di più. Non era solo un campione, era un’icona del suo tempo come Elvis, come JFK, come Martin Luther King, come Che Guevara e Marilyn Monroe. I suoi pugni erano rivoluzionari, erano il grido della sua gente, erano cazzotti “politici”, nel senso più alto del termine. Era l’epoca in cui chi era leader, anche nello sport, sfidava il potere se ne faceva beffe, e anche in questo Ali era inarrivabile campione, nella sua irriverenza contro ogni sistema. “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro, perché dovrei partire per la guerra del Vietnam?”, disse quando rifiutò di partire per il Vietnam e per questo gli ritirarono per anni la licenza di pugile; getto nel fiume Ohio la medaglia d’oro vinta alle Olimpiadi di Roma, dopo essere stato vittima di un episodio di razzismo; ripudiò il nome che ai suoi avi avevano dato agli schiavisti per cambiarlo, appunto, in Muhammad Ali. Sono, queste, alcune pagine della sua storia leggendaria. “Vola come una farfalla, pungi come un’ape. Combatti ragazzo, combatti “, questo era il suo motto e questo era sul ring Ali. Anche per questo era il più amato. Nessuno danzava come lui sul quadrato, il suo colpo non devastante era comunque letale, perché arrivava al momento giusto su un avversario estenuato, ipnotizzato dai suoi movimenti. La boxe è uno sport terribilmente crudele e poetico e Muhammad Ali è stato il suo Nureyev, il suo Che Guevara, il suo Shakespeare. Combatti sempre ragazzo, combatti per sempre Muhammad Ali.

 

foto di Pippo Gallelli.
Annunci