DI GIOVANNI BOGANI
giovanni bogani
Il treno parte alle 4.36. E’ l’una di notte. Ho tre ore e mezza, se riesco a prendere sonno. Altrimenti ho tre ore e mezza di insonnia, di paura. Di pensieri.
Tra poche ore ci siamo. Tutti quelli che ho sentito, nei giorni scorsi, hanno detto con tono sicuro “ma è una cazzata”, “è una cosa da poco”, “è ambulatoriale”. Ma loro non l’hanno mai fatta e non se la vorrebbero fare.
Se tutto va bene, dopo vado da qualche parte. A Marrakech, magari. Tanto, ora ci posso andare. Non c’è più mia madre. Che può soffrire se mi succede qualcosa. Se mi succede qualcosa, adesso, se l’aereo ha un incidente, o se mi prendono in una stradina e mi spaccano la faccia, nessuno piange.
Avrei preferito che ci fosse mia madre. Non le avrei detto che vado a operarmi, glielo avrei dovuto nascondere. Per non farla stare male. E poi, chissà, la sera ritornare e cenare da lei. Senza dirle niente. Però, dentro, felice di essere ritornato.
Uscire di casa alle quattro.
“I’ port ‘o trerrote, o’ trerrote da’ Piagg’. Me scet’ e quatt’ e’ matina, e cocchevot’ pur’ e quattr’ e diec…”, Mi viene in mente una canzone di Toni Tammaro. O trerrote. L’Apecar. Parla di uno che si alza alle quattro di mattina – e qualche volta, quando se la prende comoda, pure alle quattro e dieci.
Mi suona nella testa questa canzone, e non mi va via. Ho sete. Posso bere? Devo essere digiuno. Ma l’acqua mica è un alimento. Boh. Forse si può. Prendo un sorso d’acqua. Mi metto una mezza bottiglietta d’acqua nello zaino.
Prendo una giacca a vento e la sciarpa. Esagerato. A Forte dei Marmi, dove mi operano, ci sarà il sole di sicuro. Prendo il computer, così se rimango un giorno lì posso lavorare. E mi porto il libro sul cinema, così posso preparare la prossima lezione. Sembra che vada in esilio a Montecristo, o a Pianosa per un anno. Ma le lezioni di storia del cinema ormai sono la mia coperta di Linus. Quando non so che cosa fare, faccio quelle.
E poi vai, corri giù dalle scale.
Ma che buio che c’è per strada.
Che buio c’è per strada. Accendo lo scooter. Le 4.25. Cazzo, ho solo undici minuti per arrivare alla stazione.
Un chien andalou. Ero al primo anno di università, quando mi fecero vedere quel film muto, in cui un uomo taglia l’occhio di una donna. O almeno, così sembra. C’è il montaggio. Ma quella gelatina bianca di occhio tagliato era terribile. Adesso tagliano un occhio a me. Non so come lo tagliano, che cosa tagliano. Nel film, Bunuel affilava il rasoio. Una nuvola tagliava la luna. Qualcosa si squarciava, per sempre, nel cinema.
L’operazione è per mercoledì. È un bel giorno, mercoledì. Un giorno dispari. E poi, sarà il primo giorno del mese di giugno. Un mese dove non possono succedere cose brutte. Il sole è alto, le giornate sono lunghe.
È venerdì. Devo fare le analisi del sangue. Non mi può accompagnare nessuno. Se le faccio all’ospedale, rischio di non fare in tempo.
Mercoledì all’alba devo partire, l’operazione me la fanno in un’altra città. Le analisi devono essere pronte martedì mattina. Vado in un istituto privato, forse perché non so dove andare a farmi bucare il braccio, alla “piastra” – non so che cosa sia la “piastra”: io conosco solo le piastre delle cucine elettriche.
Mattina presto, scooter. Mi metto in fila nell’istituto privato di analisi. Le impiegate hanno una divisa strana, gonna a mezzo ginocchio, scarpe col tacco non tanto alto, un’eleganza demodé, da film dei Telefoni bianchi, da commesse di Grandi magazzini dove sta per entrare Vittorio De Sica.
In questo istituto di analisi andava mia mamma, quando doveva farsi le analisi del sangue. E forse per questo adesso ci sono io. L’infermiera che fa il prelievo sorride, mi rassicura, neanche me ne accorgo che ha fatto un buco. Dopo il prelievo mi mettono in un salottino, in mezzo a vecchi articoli di giornale dove si parla del titolare di questo laboratorio, era amico di Giorgio La Pira, il sindaco coraggioso di Firenze. E “Amici miei” è stato girato qui, e forse lui ha ispirato uno dei personaggi del film.
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