DI LUCA SOLDI
luca soldi

Gli apparati, i leader di partito sono relativamente preoccupati per il voto amministrativo. Adesso non possono fare altro che aggrappassi a qualche sondaggio che immancabilmente da decenni sono tutto fuorché affidabili.
Cercano, su alcuni siti che stanno aggirando il divieto di pubblicazione, qualche conforto per esempio fra le “corse di cavalli” oppure fra i “retroscena sul conclave”. Naturalmente non è possibile verificare l’attendibilità di questi sondaggi e di chi li ha realizzati: chi li diffonde, probabilmente, non sosterrebbe nemmeno di essere un terrestre.
Così gli “impresari di partito” pensano che avrebbero dovuto impegnarsi di più ma il clima impone di stare in disparte e solo nelle ultime ore c’è stata una parvenza d’impegno. Il pensiero, non tanto nascosto e sempre lo stesso, e’ andato allo scontro sulla visione istituzionale che si vorrà dare ad ottobre e così queste amministrative sono diventate solo un piccolo assaggio di democrazia.
Un assaggio che pare di cogliere, si voglia riservare a pochi perché i politici nazionali, uscendo fuori malconci dai dibattiti in corso, hanno mirato al disimpegno, al minimizzare il voto, delegando ai territori.
La preoccupazione a stare lontani e’ stata tale che simboli e bandiere sono stati tenuti ben riposti nei fondi dei magazzini. Inutile tirarli fuori, qualcuno avrebbe potuto risentirsi o peggio fare l’accostamento ai tanti malaffari sparsi per il Paese.
A qualche consiglio comunale sciolto per mafia. Agli intrallazzi ormai diventati cosa comune. Ma anche di più e peggio.
Ad una amalgama, ad una mescolanza che partendo dal centro sembra diffondersi a macchia di leopardo.
Una nuova attitudine che ha ben poco a che fare con la visione del confronto politico, del territorio, perché mira solo a mettere insieme, a tavolino, quella che può essere la somma algebrica delle forze.
Portando al punto di “offrirci”, di farci trovare sulle schede candidati così simili, così uguali, con programmi fotocopie gli uni degli altri. Così da non far più comprendere bene all’elettore il motivo del suo voto.
Per qualcuno un dato di fatto, una cosa normale, ci raccontano. In fondo si tratta di elezioni amministrative, aggiungendo convinti che un marciapiede dissestato oppure una buca da ripianare sono li, sia visti da destra che da sinistra.
E poi, in fondo, la deriva generale in tutte le “democrazie” non sarebbe quella di un voto riservato e consumato da pochi?

Così il povero elettore viene lasciato solo, disorientato, indifferente, travolto dall’esplosione delle liste civiche e dall’eclissi dei partiti dove la trasversalità ormai coinvolge tutti, o quasi.

La tentazione di non votare così assale, instillata da quegli stessi che invocano ad una partecipazione ch’è solo di facciata. Di quelli che ormai, per mestiere, spiegano che hanno maturato una nuova convinzione che li ha portati a schierarsi con il leader di turno e che quindi ci penseranno loro a sistemare lo sfascio provocato in passato.
Gli esempi delle grandi città sono li in bella mostra a ricordare che fare tutto un monte, come si direbbe in Toscana potrebbe andar bene. A loro.
Ma esiste un antidoto, forte. Un vero antibiotico, che spiazza chi ci vorrebbe adeguati ed omologati, che può farci stare meglio come cittadini, e’ quello di dire, dopo esserci documentati anche solo un poco:
“Io voto”.

foto di Luca Soldi.
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