• DI MARIO VACIRCA
    MARIO VACIRCA
    Con la sigla D-day si intende il giorno fissato per l’inizio di un’operazione militare, anche se per tutti gli europei, e moltissimi americani, essa indica la data del 6 giugno del 1944, giorno dello sbarco in Normandia, e dell’apertura del secondo fronte europeo (in realtà sarebbe il terzo, dopo l’operazione Husky), durante la seconda guerra mondiale; dicevamo per moltissimi americani, ma non per tutti, ed in particolare i Marines che dovettero affrontare più di un D-day, spesso sanguinosissimi (Tarawa, Peleliu, Okinawa, Iwo Jima), nel Pacifico. Fu la mossa decisiva che portò, di lì a pochi mesi, alla caduta del Reich millenario di Hitler. Tutti conoscono cosa avvenne quel giorno, ne conoscono i comandanti (Eisenhower, Montgomery, Rommel), e gli esiti. Ma convinti che la Storia sia formata da tante piccole vicende individuali, che poi creano gli eventi più grandi, vogliamo celebrare l’anniversario in modo diverso raccontando alcune di queste storie, alcune mere curiosità, alcuni piccoli tasseli che alla fine formarono il puzzle di una delle più grandi operazioni militari della storia dell’uomo, l’operazione Overlord.
    L’uomo che decise la data dell’invasione.
    Non sempre l’uomo decisivo è colui che comanda, e questa storia ne è una prova. La pianificazione dell’operazione ebbe una gestazione lunga, sin dall’inizio del ’43 gli alleati iniziarono a pianificare l’invasione della Francia (Conferenza di Casablanca). Per poter operare come pianificato, infatti, erano necessarie determinate combinazioni di luce notturna, marea e tempo atmosferico. La prima data individuata dal comando alleato era quella del 5 giugno, ma proprio il giorno prima si abbattè una tempesta sulla Manica che costrinse al rinvio. E qui che si inserisce una delle figure fondamentali per l’operazione, un soggetto sconosciuto ai più, ma che fu fondamentale per la decisione di Eisenhower di procedere per il giorno 6: il Colonnello J.M. Stagg. Era un metereologo, eppure in quel frangente tra il 5 ed il 6 giugno fu l’uomo che stabilì l’inizio di Overlord. La data era fondamentale, come abbiamo visto prima, tant’è che se fosse saltata la giornata del 6 giugno si sarebbe dovuto aspettare più di un mese per avere le stesse condizioni di quei giorni, col rischio che i tedeschi scoprissero il vero luogo dell’invasione (per il comando tedesco, grazie all’operazione Fortitude dei servizi segreti anglo-americani, il luogo dello sbarco sarebbe stato il Pas de Calais, e lì si trovavano ben due armate di panzer), o che i nervi di decine di migliaia uomini ammassati nelle caserme inglesi saltassero definitivamente (tra americani ed inglesi non correva particolare buon sangue). E’ facile capire come un rinvio avrebbe comportato rischi enormi di fallimento. Eppure il giorno 5 vi era disaccordo su un eventuale rinvio o meno (se Montgomery voleva procedere, T. Leigh-Mallory, comandante delle forze aeree, era per il rinvio), Eisenhower aspettava notizie sul tempo. Stagg, sulla base delle informazioni avute e dell’osservazione del cielo, assicurò una finestra di una giornata di tempo discreto. Proprio grazie a quest’informazione, avuta nel tardo pomeriggio del 5, Eisenhower decise per l’inizio dell’operazione. In definitiva se non fosse stato per la capacità di Stagg, e diciamolo anche per il coraggio di fare una simile previsione sapendo che la vita di oltre 150.000 ragazzi dipendeva dalla propria parola, forse oggi racconteremmo una storia diversa.
    Il primo scontro.
    Il tenente Dan Brotheridge, delle truppe aviostrasportate inglesi (uno dei migliori reparti che parteciparono al D-day), detiene contemporaneamente due primati di quel giorno (anche se pensiamo che del secondo avrebbe volentieri fatto a meno). Trasportato in Normandia con un aliante, affinchè la sua squadra si impadronisse di un ponte, una volta atterratto si lanciò verso il suo obiettivo. All’imboccatura del ponte vi erano due soldati tedeschi a presidio, e li falciò entrambi col suo fucile mitragliatore. Erano da poco passate l’una e un quarto del 6 giugno, e quei soldati furono i primi tedeschi a morire nel D-day in uno scontro ravvicinato. Il tenente proseguì l’assalto al ponte, ma attraversandolo fu colpito al collo. Egli fu il primo soldato alleato morto il 6 giugno in un combattimento ravvicinato.
    Personaggi illustri che parteciparono allo sbarco…
    Non si pensi che allo sbarco parteciparono solo soldati, un’operazione di questa portata ha bisogno di soggetti che la immortalino. Ed infatti nel settore easy red di Omaha Beach, assieme alle truppe di assalto, sbarcò anche Robert Capa, famoso fotografo di guerra della rivista Life (Capa era l’autore del famoso scatto del miliziano ucciso durante la guerra spagnola). Capa era l’ultimo della fila e prima di scendere fece alcuni scatti delle truppe che sbarcavano, successivamente si nascose dietro un ostacolo e scattò vari rullini. Finita la pellicola corse verso un mezzo da cui erano sbarcati alcuni soldati e tornò sulle navi. Quel giorno fece 106 scatti, ma per una storia incredibile ne riuscì a sviluppare solo 8. Infatti il suo assistente alla camera oscura, per l’impazienza, asciugò la pellicola con troppo calore e l’emulsione si sciolse. Anche le foto salve si rivelarono troppo scure e sfocate. Però Capa disse che quei toni innaturali rendevano bene l’orrore di quei momenti. Anche il pluripremiato regista John Ford sbarcò a Omaha. Era stato chiamato dall’Oss (il servizio segreto) affinchè riprendesse l’evento. Ricorderà tempo dopo di un soldato di colore che guidava un mezzo da sbarco che, pur bersagliato dal fuoco tedesco, continuava a fare avanti ed indietro dalla spiaggia per sbarcare materiale, e ammise che avrebbe voluto riprenderlo, ma essendo in un posto relativamente sicuro non se la sentì di lasciare la sua posizione, e riconobbe fra se e se che quell’uomo aveva molto più coraggio di lui e si sarebbe meritato una medaglia (cosa peraltro difficile data la discriminazione in atto verso i soldati di colore a quei tempi; si pensi che solo durante la campagna d’Olanda fu creato il primo battaglione di soldati neri). Tutto il lavoro di Ford, peraltro, non fu mai mostrato per intero, infatti l’esercito non trasmetteva nei cinegiornali di guerra le immagini di soldati morti, e quel giorno a Omaha ce ne furono circa 2000. “Lentamente, faticosamente, come tanti Atlanti che reggevano il mondo sulle proprie spalle, gli uomini si arrampicavano. Non sparavano. Solo, si spostavano lentamente…come una stanca colonna di animali da soma che alla fine della giornata si allontanavano da casa”. Queste sono le parole dell’inviato della rivista Collier’s, anche lui sbarcato con la prima ondata di soldati, il suo nome era Ernest Hemingway.
    …ed altri a cui fu impedito.
    Anche Churchill avrebbe voluto essere presente, imbarcato su una nave. Eisenhower a tal proposito annotò “naturalmente nessuno aveva voglia di farsi sparare, ma devo dire che, in questo caso, la maggior parte voleva esserci”. Chiaramente Eisenhower non voleva che il primo ministro inglese partecipasse, ma Churcill fece notare che il Generale non aveva compiti amministrativi e che dunque non poteva imperdirgli di imbarcarsi su una nave inglese. Eisenhower allora, tramite il capo di Stato maggiore informò Re Giorgio VI che disse “Lasciate Winston a me”. Il Re ovviamente lo convinse a desistere, minacciandolo con questa frase “Finchè sarà convinto di volerci andare, io mi sentirò in dovere di accompagnarla”.
    Figli in azione e figli che si diplomano.
    A Utah Beach tra i componenti della 4° divisione (ne era il vicecomandante) sbarcò Theodore Roosevelt Jr, figlio del 26° presidente degli Stati Uniti, e parente di quello in carica, Franklin D. Roosevelt. Il generale era un ufficiale pluridecorato, che aveva già partecipato alla prima guerra mondiale, aveva 56 anni ed era malato di cuore, eppure sbarcò nella prima ondata di assalti e rimase tutto il tempo sulla spiaggia, col suo bastone per camminare, a dare ordini ai suoi uomini. Morirà poco più di un mese dopo, in Normandia, per un attacco di cuore. Invece il giorno 6 giugno il figlio del Comandante supremo, John Eisenhower, si diplomava a West Point. Dopo qualche settimana incontrò suo padre in Inghilterra e passeggiando con lui gli chiese “se dovessimo incontrare un ufficiale mio superiore ma tuo inferiore come dovremmo comportarci? Dovrei salutare prima io, e poi quando l’altro risponde, saluti tu?”. Al che il Generale rispose “John, non c’è nessun ufficiale che sia tuo superiore e mio inferiore, qui”. Questo era il Generale supremo delle forze alleate Dwight Eisenhower.
    Un manichino sulla chiesa come ricordo.
    L’82° divisione aviostrasportata americana aveva vari compiti importanti per le prime ore del 6 giugno. Tra gli obiettivi principali, dal punto di vista strategico, vi era la presa del paesino di Ste.-Mere-Eglise. Il piano era che alcuni reparti della divisione atterrassero a sud e a nord del paese per poi conquistarlo, ma il 2° plotone della compagnia F del 505° reggimento sbagliò il lancio ed atterrò proprio al centro del paese dove vi erano i soldati tedeschi, fu una strage. Il soldato John Steele (reso famoso dal film Il giorno più lungo) si salvò per puro caso. Infatti il suo paracadute si impigliò sul campanile della chiesa, ed egli rimase alcune ore appeso e penzolante (rimase sordo per alcuni giorni a causa delle campane che suonavano a pochi metri da lui). Fu catturato e poi riuscì a fuggire. Oggi a Ste.-Mere-Eglise, sul campanile della chiesa, è appeso un manichino col paracadute attorcigliato al campanile per ricordare l’azione di quegli uomini ed il loro sacrificio.
    L’infermiera fantasma e l’amore sui campi di guerra.
    Anche nei momenti più crudeli e sanguinosi della storia vi è la possibilità che scoppi l’amore. Ne sa qualcosa il soldato Pickersgill, della 3° divisione di fanteria inglese della 2°armata, che sbarcò il 6 giugno a Sword beach (la parte più orientale del fronte). Appena sbarcato sentì alcuni commilitoni che raccontavano di una bellissima ragazza della Croce Rossa presente sulla spiaggia. Egli non la vide e non ci credette, più tardi nella giornata incontrò, invece, un’altra ragazza francese e si innamorarono subito. Alla fine della guerra si sposarono ed egli andò a vivere in Francia, ma per anni non credette alla storia della crocerossina, almeno fino al 1964, quando incontrò un altro soldato che quel giorno sbarcò a Sword, John Thorton. Anche lui si era sposato con una francese, Jacqueline, conosciuta 4 giorni dopo il D-day; Jacqueline era la famosa crocerossina del D-day. Racconta la donna che quel giorno si trovava davvero a Sword Beach per un caso. Infatti la sorella (morta da poco in un bombardamento su Caen) le aveva regalato un costume nuovo per il suo compleanno, e lei andando a fare il bagno qualche giorno prima (i tedeschi permettevano di andare in spiaggia un giorno alla settimana) se lo era scordato in un capanno e voleva recuperarlo prima che qualcuno lo prendesse, ma si era trovata al centro dello sbarco. Una volta arrivata alla spiaggia non potè più tornare indietro, così rimase a soccorrere i feriti. Tornò a casa solo due giorni dopo. Fino a qualche anno fa i veterani inglesi che lei soccorse quel giorno la andavano a trovare nella sua casa in Normandia.
    Il vero soldato Ryan.
    La storia raccontata nel film Salvate il soldato Ryan è in parte vera. Più precisamente è vera la storia dei fratelli uccisi in combattimento. Il vero soldato Ryan era il realtà il sergente Fritz Niland della 101° aviostrasportata (che a differenza di quanto riportato nel film non aveva come compito il ponte sul Merderet, ma obiettivi più a est). Invece è vero che perse due fratelli quel 6 giugno. Qualche giorno dopo lo sbarco andò a cercare suo fratello Bob presso l’82° divisione ma seppe che era morto; ed in effetti Bob fu ucciso presso Neuville-au-Plain (Bob aveva sacrificato la propria vita assieme ad altri due volontari bloccando dei tedeschi che contrattaccavano e permettendo a 28 suoi commilitoni feriti di ritirarsi, rimanendo alla mitragliatrice finchè non finì i colpi); allora cercò l’altro suo fratello della 4° divisione, ma scoprì che era caduto a Utah Beach. Tornato presso la propria unità (compagnia H del 501° reggimento) gli fu riferito che anche il terzo fratello, che combatteva in Birmania, era caduto quella settimana (in realtà fu solo fatto prigioniero e alla fine della guerra tornò in Patria). Dopo questi fatti fu spostato dalla prima linea secondo il sole survivor policy (che in realtà divenne legge solo nel 1948, ma in questo caso venne già applicata; d’altra parte la vicenda che ispirò il provvedimento, la morte dei 5 fratelli Sullivan sulla USS Juneau, era avvenuta proprio durante la II guerra mondiale, dunque l’esercitò preferì evitare un’altra possibile vicenda analoga). Non si sa, invece, se è vero che la Signora Niland ricevette o meno la visita dei militari con l’annuncio della morte dei tre figli.
    Il D-day sul grande schermo.
    Vari sono stati i film sullo sbarco in Normandia, ma due quelli forse più importanti. Il già citato Salvate il soldato Ryan, che a parte le differenze storiche, ad esempio non ci fu mai la missione di salvataggio, è molto veritiero soprattutto nella prima parte. Lo sbarco della compagnia Charlie dei Rangers, presso dog green di Omaha, racconta abbastanza fedelmente ciò che accade quel giorno, e la scena dello sbarco è considerata da alcune riviste la miglor scena di guerra mai girata. Altro film giustamente famoso è il già citato Il giorno più lungo. Girato come film neorealista (all’inizio vi è la scena di una francese in bicicletta che ricorda altra ben più famosa scena neorealista italiana) narra con buona fedeltà storica ciò che accadde quel giorno sui vari fronti (da quello americano, a quello inglese, alle truppe aviotrasportate, al comando tedesco). Abbandonando il grande schermo, alle vicende del D-day è dedicata la seconda puntata della mini serie Band of brother (che in dieci puntate racconta la storia della compagnia easy- 2° battaglione 506° reggimento della 101° divisione aviotrasportata- durante la seconda guerra mondiale), che con fedeltà storica racconta alcuni episodi di quella giornata, dal rinvio del lancio mentre i soldati erano pronti per imbarcarsi sugli aerei (e il loro stato d’animo), fino all’azione con cui presero una batteria di cannoni tedeschi a Brecourt-Manor.
    Il paradosso del comando.
    Tra le cause della riuscita dello sbarco la moderna storiografia individua la differenza nella catena del comando tra i due eserciti. E questo aspetto risulta paradossale se messo in relazione ai sistemi politici che stavano dietro i due eserciti. Infatti per l’esercito nazista sarebbe facile immaginare un ordine rigoroso ed assoluto, dovuto al comando di un uomo (Hitler) e agli ordini che ogni generale avrebbe dovuto impartire ai propri uomini, senza tentennamenti o ritardi; di contro dal comando di un esercito di paesi democratici ci si sarebbe dovuto aspettare più confusione, dissidi tra alleati, problemi di coordinamento. Ebbene quel giorno fu tutto il contrario. Sul fronte tedesco il comando delle difese era assegnato al Feldmaresciallo Rommel, il quale però non aveva il comando delle divisioni panzer (!), peraltro distaccate a proteggere il Pas de Calais, che erano agli ordini del Generale Von Rundstet, che aveva una visione della difesa opposta a quella di Rommel. Nella Normandia vi erano poche compagnie di panzer, spesso riservisti e con vecchi carri armati francesi, i quali però non potevano prendere iniziative se non con l’ordine di Hitler. In pratica il responsabile della difesa non poteva comandare sulle divisioni corazzate, ed infatti pochissime furono le reazioni dei tedeschi, e dovute ad iniziative personali di pochi comandanti. Di contro la catena di comando degli alleati era perfetta. Intanto non ci furono mai intromissioni nella tattica militare da parte di Roosevelt o di Churchill. Le decisioni venivano prese dal comandante in capo, dopo aver ascoltato tutti i suoi collaboratori, e tutti erano pronti ad accettare tali decisioni. Inoltre Eisenhower delegava molto ai suoi subalterni, sicchè ogni unità dell’esercito alleato aveva una flessibilità che gli permetteva di adeguarsi alla situazione. Insomma la dittatura non era stata in grado di creare una catena di comando efficace e pronta, mentre le democrazie si. E questa è forse una lezione politica che il D-day ci ha lasciato. Sicchè ogni volta che qualcuno di noi ha la tentazione di cedere all’idea che un Paese governato da un uomo solo che decide per tutti sia una buona forma di governo, perchè più efficiente, forse allora sarebbe meglio ricordarsi cosa ci ha insegnato il 6 giugno del 1944, che la democrazia, pur con tutti i difetti di ogni espressione umana, rimane non solo il sistema politico migliore, ma anche e comunque il più efficiente.
    Queste sono solo alcune storie ed alcuni protagonisti della più grande operazione navale che fino ad allora fosse mai stata eseguita. Sono solo un piccolo esempio di storie individuali verificatesi quel giorno, giorno che segnò, per vari motivi che qui non è dato esplorare, il primo passo verso quello che sarebbe accaduto 11 mesi dopo: la sconfitta del nazismo e la fine della II guerra mondiale in Europa.
     
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