DI RITA A. CUGOLA
rita a. cugola
Aggredite, picchiate, immobilizzate, socialmente stigmatizzate. Urla di anime agonizzanti lacerano il silenzio imposto dal terrore: quelle orribili  ferite inferte dalle lame infuocate dei carnefici non si rimargineranno mai.
Oltre a rappresentare il peggior crimine a danno di una donna (e purtroppo anche di bimbe in tenera età), lo stupro si è gradualmente trasformato in uno strumento offensivo particolarmente funzionale all’ideologia del terrore promulgata dalle organizzazioni radicaliste.
Una tattica ormai ampiamente collaudata che se da un lato consente ai vari nuclei armati di adescare e incentivare i guerriglieri, dall’altro assicura introiti consistenti. Parrebbe infatti che solo nel 2014 gli yazidi iracheni abbiano versato allo Stato Islamico almeno 45 milioni di dollari per ottenere il rilascio delle prigioniere.
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La documentazione sottoposta dal Segretario Generale Ban Ki-moon al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (che sta tentando di arginare il fenomeno) è molto esaustiva in tal senso. “Nel novero dei 48 gruppi esaminati, almeno 37 risultano attori non statali“, ha puntualizzato Zainab Bangura, rappresentante speciale per la violenza sessuale nei conflitti. “Ciò implica che dovremo escogitare  ulteriori misure esulanti però da risoluzioni, sanzioni e trattati”. Deterrenti finora applicati a singoli governi.
La guerra di conquista combattuta sui corpi femminili assicura entrate pari a milioni di dollari: è l’antica tratta degli schiavi trasposta nella modernità. Nell’immaginario collettivo, l’estremismo evoca generalmente devastazione, morte, esplosioni, catture di ostaggi. Ma non possiamo condannare simili disastri  senza considerare anche gli scempi  compiuti  a porte chiuse dai terroristi”, ha concluso, “Dobbiamo assolutamente ridurre le risorse a loro disposizione, precludere ogni forma di comunicazione sul web”. 
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Sovente infatti le malcapitate vengono vendute online al pari di granate, razzi o kalashnikov; cedute ai migliori offerenti in cambio di cifre esorbitanti (“A tutti i fratelli che pensano di acquistare una schiava: questa yazida costa  ottomila dollari” recita uno degli annunci demenziali – corredati da immagini dei soggetti – recentemente apparsi sui social network a opera dell’islamista Abu Assad Almani).
Ignominie passibili di condizionare per sempre l’esistenza delle sventurate condannate a convivere con il dolore nel cuore di un inferno che non concede tregua. Ed è emblematico che al fine di regolamentare lo stupro da parte dei fedeli i teologi califfali si siano affrettati a emanare, nel gennaio dello scorso anno, una fatwa alquanto dettagliata “per scongiurare eventuali violazioni della Sharìa (o rigida legge islamica, n.d.r.) in merito al trattamento delle prede di sesso femminile“.
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Una sorta di codice comportamentale da cui si evince che “un padrone ha il dovere di nutrire compassione per  le schiave, che non vanno umiliate né  gravate di incombenze superiori alle capacità dimostrate. Deve astenersi dai rapporti con  quelle incinte, mestruate, vincolate tra loro da un legame di parentela o appartenenti al proprio padre/figlio“.
E per evitare gravidanze indesiderate che potrebbero ostacolare lo sfruttamento sessuale a esclusivo beneficio degli aguzzini,  il Daesh continua a somministrare contraccettivi. Sostanze iniettabili o compresse di dubbia origine: poco importa, in quel crudele gioco di potere al limite della follìa.
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