DI ANTONELLA SODDU
antonella soddu
Fino a che punto l’intolleranza verso i gay può arrivare, e sopratutto questa può esser posta in essere da un genitore contro il proprio figlio? Leggevo la notizia dello “stimato professionista” del cunese padre di un figlio di 18 anni, gay e da qualche mese con un compagno. Un ragazzo giovane come lui, di nazionalità marocchina. L’ uomo, quando si è reso conto che il figlio è gay, ha deciso di porre fine all’affronto della relazione. Ha da prima provato ad impedire che il figlio incontrasse il compagno, resosi conto che ogni tentativo era pressoché inutile è passato dalle parole ai fatti. Insieme ad un amico ha organizzato un spedizione punitiva. Ha atteso il giovane marocchino ad un distributore di benzina e lo ha riempito di botte. Ad aver la peggio è stato, però, un amico italiano del giovane. E’ stato ricoverato in ospedale con una prognosi di tre mesi. I fatti si sono verificati due settimane fa. Nella zona ha cominciato a girare la voce che una banda di rapinatori fosse entrata in azione. Cosi non era. E sfortunatamente per il professionista omofobo anche nei confronti del proprio figlio, il luogo dell’aggressione era dotato di telecamere di sicurezza.  I filmati sono stati esaminati attentamente dai carabinieri che hanno poi equiparato le dichiarazioni dei due giovani aggrediti, sono risaliti all’uomo che interrogato ha comunque continuato a negare ogni responsabilità. L’episodio è davvero di una gravità inaudita ancor più se si pensa alla violenza psicologica che il figlio in primis ha subìto. La repressione della sessualità e la consapevolezza di aver un padre che non si scosta lontanamente da quello che è il volto della farsa ideologica della famiglia tradizionale. La vicenda fa riemergere le parole pronunciate dal padre di Manuel Fofo pochi giorni dopo l’efferato omicidio di Luca Varani – “Mio figlio è un ragazzo normale, non è gay. A noi Fofo piacciono le donne”. Qualcuno invoca leggi apposite, ad esempio l’introduzione di aggravanti di reato specifico. Ma davvero può una legge sostituire un processo di mutamento culturale che in Italia non sembra poter esserci ancora quando l’orientamento sessuale di una persona è visto come un pericolo per la società? Può una legge far capire che voler vivere in piena libertà i propri sentimenti non significa infettare il mondo etero. A cosa servono leggi specifiche se ci sono persone che – per esempio – riescono a scambiare un normale gesto di cortesia con un approccio sessuale. Leggevo, proprio la settimana scorsa, qua e la su facebook, una donna che scriveva – “Possibile che capitino tutte a me? Ero in fila allo sportello di banca. Ad un certo punto una tizia attacca bottone. Insistente. Mi sorride e parla cosi, come se mi conoscesse da tempo. Prima di andare via mi passa un foglietto con su scritto il suo numero di cellulare. Lesbiche ne volete? Capitano tutte a me queste lesbiche di m…a”. Ora, il punto è: bene se si fanno delle leggi, ma chi può cambiare la mente di certe persone?

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