DI VIRGINIA MURRU
virginia murru
I sondaggi sulla consultazione referendaria in Gran Bretagna – nota ormai come ‘brexit’ – non promettono nulla di buono; sembra una corda prossima a spezzarsi, dato che gli inglesi si sono divisi in due estremi opposti. Chi spinge verso l’out del Regno Unito, negli ultimi mesi – nonostante la campagna referendaria degli esponenti politici contrari all’uscita del paese dall’Unione, sia andata oltre il legittimo allarme – ha conquistato consensi tra gli indecisi, l’aumento è stato di almeno 3 punti percentuali.
E potrebbero essere determinanti, se le previsioni fossero confermate il 23 giugno. L’UE non è disposta ad assecondare la ‘fuga’ dei ‘fedifraghi’, o ad essere compiacente, qualora questa lacerazione storica si realizzasse davvero. La BCE ha dichiarato di essere preparata a tutto. La Commissione europea ha fatto poi i suoi conti, e in più occasioni, il Presidente Juncker, ha affermato che non sarà l’Unione a venirne fuori stracciata, se l’affronto dovesse concludersi in favore del brexit. Si parla anche di una lista segreta di ‘punizioni’ nei confronti degli inglesi.
Si tratta di un documento segreto, informale e interno, dove sono stati messe a punto le strategie della ‘rivalsa’. Tale documento è stato visionato in esclusiva solo da EurActiv.com.
In primis verrebbero espulsi tutti i funzionari britannici, che non avrebbero più diritto alla consultazione di documenti riservati.
La lista dei provvedimenti è lunga. I più agguerriti sembrano gli irlandesi (ma non stupisce..), e i lussemburghesi. Si diffonderà anche uno slogan: ‘L’Unione europea è meglio senza la Gran Bretagna’.
Grandi scossoni ci saranno anche alla City, che peraltro sta lottando per evitare il disastro, senza risultati, finora. Da fonti autorevoli tedesche, sembra sia giunto questo commento, in linea col loro rigore:
“Con la Brexit, la Gran Bretagna non sarà il grande malato d’Europa, sarà l’uomo morto d’Europa “. E si esagera. Si spera che il clima di ostilità migliori, in ogni caso.
Dopo l’accordo siglato a febbraio tra Gran Bretagna e UE, e l’ottenimento di uno ‘status’ speciale, Cameron promise solennemente che avrebbe fatto il possibile per convincere gli inglesi a votare contro il Brexit. Ed ha mantenuto il suo impegno: è ricorso a tutto pur di far rinsavire gli inglesi, ma i suoi strali non hanno sortito gli effetti sperati.
Queste furono infatti le sue parole: “Ora potrò raccomandare di votare sì al referendum di giugno, per far sì che la Gran Bretagna resti nell’Unione”. E rivolgendosi agli elettori del suo paese, aggiunse:
“La scelta è nelle vostre mani – ma la mia raccomandazione è chiara. Credo che il Regno Unito sarà più sicuro e più forte restando in un’Unione europea riformata”.
La fase negoziale a febbraio scorso con i rappresentanti dell’UE, è durata circa 40 ore, durante le quali il premier del Regno Unito, ha stretto i pugni, lasciando ben poco alla flessibilità degli accordi. E dietro c’era il ricatto nemmeno tanto sottaciuto, ossia la decisione di Londra di lasciare definitivamente l’Unione, qualora non si fosse accettato il pacchetto di richieste. Entrambe le parti avevano chiari i rischi di una prospettiva che non avrebbe lasciato indifferente l’Europa, e i suoi nuovi assetti economici.
Rompere equilibri costruiti davanti ad un tavolo comune, non è uno scherzo. C’è una giusta dose di paura per le incognite di questo bivio, che potrebbe inoltrarsi in una strada niente affatto illuminata, nonostante negli ultimi mesi, esperti e analisti, organizzazioni varie, Think-tank inglesi, abbiano cercato di dare un volto agli scenari possibili dopo il referendum. Di fatto c’è che non si tratta di una semplice consultazione referendaria, qui i risvolti potrebbero essere storici, sia che il sogno dell’Unità europea ne venga fuori con una sconfitta solenne, sia che gli inglesi decidano di rientrare in un lume di ragione che escluda il non senso di una scelta altrimenti destinata ad isolarli nello scacchiere internazionale.
Non solo sul piano economico, ma per ovvie ragioni anche politico. Eppure, conti alla mano, gli inglesi sanno bene che sono sul ciglio dell’erta, le previsioni sono più o meno catastrofiche per l’economia inglese, terza forza in Europa.
Secondo il Ministero del Tesoro del Regno Unito, un risultato a favore del brexit, farebbe collassare l’economia del paese in una grave recessione. Anche Mark Carney, che tiene le redini della Banca d’Inghilterrra, gli fa eco, sostenendo che la scivolata sarà inevitabile. Ma del resto tutto il mondo della Finanza inglese, City compresa, è contro l’uscita della Gran Bretagna dall’UE.
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E sono arrivati puntuali anche gli outlook dell’Ocse e del FMI, che non vedono cieli limpidi su Londra. Secondo le stime di alcuni ministeri, andrebbero a rischio circa i milione di posti di lavoro. Ma il dato macro più bersagliato sarebbe il Pil, che peraltro riflette il reale stato di benessere o malessere di un’economia. Sempre secondo le ricerche e gli studi portati avanti freneticamente negli ultimi mesi, il Pil potrebbe subire contrazioni pesantissime, che oscillerebbero in negativo, fra il 3,8% e addirittura il 6%. L’export subirebbe colpi anche nel medio termine, e La Manica diventerebbe frontiera che non renderebbe agevoli gli scambi.
Insomma, quasi un incubo dietro i cancelli austeri di Sua Maestà.
Le previsioni in clima di ‘horror’, in Gran Bretagna si moltiplicano, e ovviamente vengono dall’altra parte di quel muro virtuale che ha diviso il paese; secondo alcuni esponenti dei Conservatori si metterebbe a repentaglio la pace, e una guerra non sarebbe ipotesi remota, viste le contrapposizioni che ne deriverebbero.
Quando cedono certi pilastri, che garantiscono meccanismi sui quali scorrono tanti equilibri, i crolli diventano susseguenti, a catena: questo è l’orizzonte che prospetta l’economia. Si tratta di settori legati gli uni agli altri, e l’eco produce risonanze che non si possono circoscrivere. Non nel breve periodo. Come potrebbe essere altrimenti?, qui poi si tratta di un’economia che rientra in un contesto, quello dell’UE, realtà vincolata da Trattati, tanti Trattati. Non è un semplice taglio di forbici.
Non è nemmeno un ‘divorzio’ facile, perché il ‘partner abbandonato’, potrebbe non accettare diplomaticamente la decisione unilaterale di andarsene per i fatti suoi. L’UE, ha già in mano le coordinate del disastro, e intende prendere le sue misure. Non sarebbe un addio esente da impunità. E infatti, secondo il settimanale tedesco ‘Der Spiegel’, che ha sondato gli umori di tanti esponenti della politica di Bruxelles, sulle possibili conseguenze del brexit, tra le istituzioni europee si respira un clima di opposizione, quando non ostilità. Il Presidente della Commissione europea, Juncker, avrebbe dichiarato che lasciare l’UE, significa non essere accolti ‘poi’ a braccia aperte, sul piano delle relazioni economiche, e altrettanto su quelle diplomatiche.
Ci saranno condizioni ben precise tra l’UE e Londra, in caso di uscita, e si difenderanno gli interessi dell’Unione, senza compromessi. Il trattamento riservato alla Gran Bretagna, sarebbe quello riservato a qualunque altro stato al di fuori dell’UE, senza benefici o privilegi, gli accordi presi con i trattati sarebbero annullati senza cedimenti di alcun tipo.
Non sarà semplice davvero, non come voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo della storia. Basti pensare che metà dei servizi del Regno Unito, e circa un terzo delle merci, fa riferimento al mercato europeo. E non è pensabile che questo paese potrà vivere di luce propria, ignorando un mercato di 400 milioni di europei.
Anche se chi porta avanti la campagna per l’out, fa riferimento alla Norvegia – la quale, pur non essendo stato membro, gode di uno speciale trattamento nell’ambito degli scambi commerciali, e gli è consentito l’accesso al mercato unico – la situazione per il Regno Unito sarebbe diversa.
Anche alla Svizzera è stato riservato il medesimo trattamento della Norvegia. Dunque i brexitiers si sentono protetti da eventuali fulmini, e sono convinti di non perdere nulla chiudendosi la porta alle spalle. Ma farebbero male i loro calcoli. Questi paesi devono rispettare alcune condizioni. Partecipare, per esempio, al bilancio dell’Unione. E qui verrebbe meno lo sconto ottenuto dalla Gran Bretagna, attraverso il pugno di ferro della Thatcher.
Senza contare che la Norvegia ha accettato di applicare gran parte della normativa europea, della quale fa parte anche la libera circolazione delle persone, una delle ragioni fondamentali addotte dai pro-brexit britannici, che vorrebbero avere il controllo delle loro frontiere, senza risponderne ad altri. Inoltre, la Norvegia, così come la Svizzera, non hanno diritto di voto sulle nuove risoluzioni comunitarie, pertanto sono forzate ad accettarle, secondo gli accordi, che piacciano o no.
In definitiva, L’Unione europea, non intende fare concessioni a Londra, per non alimentare disordini e tumulti all’interno, e anche per evitare che ci siano dei precedenti, in futuro, su eventuali cedimenti. Se brexit sarà, comunque, l’Unione dovrà sancirla con un nuovo Trattato, come previsto dall’art. 50 del TUE (Trattato dell’Unione Europea).
La Gran Bretagna, all’indomani dal voto, si prenderà le responsabilità di questo orgoglio infarcito d’egoismo, e nei confronti dell’Unione, della quale, per le ragioni esposte ha un gran bisogno, agirà come controparte fragile, perché da sola, non potrà permettersi di competere con la forza e le dimensioni territoriali dell’UE, pertanto dovrà sottostare ai vincoli delle sue norme. E questa sarà la legge del ‘contrappasso’ naturale, che gli inglesi si sono cercata.
In fin dei conti essere ‘out’ non conviene.
Davanti a tutti questi scenari più o meno apocalittici, ci sono voci fuori dal coro, che drammi per il possibile addio del Regno Unito non ne vedono proprio. Tra questi c’è un personaggio autorevole, ex Ceo dell’Eni e dell’Enel. Si tratta di Paolo Scaroni, il quale considera perfino positiva l’eventualità, e non batte ciglio al riguardo. Sarà dunque un’opportunità per favorire in seguito una maggiore integrazione, non un dramma Shakspeariano.
Scaroni giudica l’evento ‘uno shock salutare, che servirebbe a creare un po’ di corrente davanti a tanto immobilismo’. Lo ha confessato a Giovanni Minoli, durante una trasmissione radiofonica (Radio 24).
Scaroni ricorda anche un detto di Napoleone, secondo il quale, gli inglesi sono nati bottegai, e quando vanno a votare non ci mettono il cuore, pensano al portafoglio. Poiché sono così venali, alla fine, la ragione avrà la meglio, e voteranno per ‘l’in’ non per ‘l’out’.
Anche il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaueble, fischia contro, e avverte gli inglesi che l’eventuale uscita sarà irreversibile. Nel corso di un convegno, svoltosi nei giorni scorsi a Francoforte, il ministro tedesco ha dichiarato in merito:
“non devono sperare che un voto per uscire dall’Ue possa significare l’avvio di nuovi negoziati sullo status della Gran Bretagna” all’interno dell’Ue. “Dentro significa dentro, e fuori vuol dire fuori. L’accesso al mercato interno e’ legato ad impegni. E un accesso maggiore e’ legato ad impegni maggiori. Un voto per uscire non sara’ utilizzato come base per ottenere un accordo migliore. Se il voto e’ a favore di un’uscita, comincera’ il processo di uscita”.
Alla BCE, intanto, Mario Draghi non sembra in apprensione per le conseguenze. “Siamo preparati ad ogni evenienza” – ha commentato. E ha lasciato intendere che Francoforte ha già steso un piano B, tecnicamente in grado di affrontare agevolmente gli eventuali contraccolpi di carattere finanziario. Ma in nessuna circostanza si è spinto oltre, al riguardo, con le dichiarazioni.
Dichiarazioni avvenute in un clima di ottimismo, proprio quando gli economisti della BCE hanno rialzato le stime sul Pil 2016, portandole a 1,6% (la precedente era di 1,4%). Mentre quelle sull’inflazione, che è poi il dato più rassicurante, visti gli enormi sforzi compiuti in tal senso, sono state portate da + 0,1% a +0,2%.
foto di Virginia Murru.
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