DI AMEDEO RICUCCI
Amedeo Ricucci
Cari amici siriani, consentitemi di rendervi partecipi di un disagio da giornalista che mi porto dietro da tempo e che, credo, non sia estraneo, anzi sia una delle cause dell’indifferenza di molti mass media occidentali nei confronti della tragedia umanitaria che si sta consumando in Siria.
A mio avviso non sempre è stato così: ci sono state infatti una grande “simpatia” nei confronti della rivoluzione e una copertura mediatica sufficiente e sostanzialmente corretta per un lungo periodo, diciamo fino a metà 2013, quando è iniziata la fase dei sequestri a catena, di giornalisti e operatori umanitari, in diverse aree “liberate”, ad opera di gruppi armati jihadisti e non solo.. E’ sostanzialmente da allora che i giornalisti occidentali hanno avuto sempre meno accesso alle aree che si trovavano sotto il controllo dell’opposizione armata siriana. E questa presenza oggi è ormai ridotta a zero, se si escludono i rari casi di qualche giornalista arabo che lavora per i grandi network.
“Troppo pericoloso”, ci viene detto, e siamo in tanti ad averci provato, più volte.
Vi assicuro che la frustrazione è grande. Per me come per molti giornalisti che hanno provato a fare un po’ di informazione corretta sulla Siria in questi anni. Perché non avere più la possibilità di raccontare “dal di dentro” quanto sta succedendo è una limitazione enorme. E perché le soluzioni alle quali ci siamo adattati in molti -– le interviste al telefono o via Skype, le sinergie con i gruppi di attivisti locali – sono un surrogato pessimo, che non può sostituire il racconto in prima persona e in presa diretta.
Forse però su quest’ultimo punto non siamo tutti d’accordo. E mi spiego. La mia sensazione è che secondo molti siriani il lavoro svolto a prezzo della loro vita dai media-attivisti locali sia più che sufficiente, che ci siano cioè abbastanza informazioni, video e foto su quanto succede in Siria, e che sarebbero perciò i media mainstream occidentali a non voler parlare di Siria, per una scelta “politica”, in sintonia cioè con quella dei rispettivi governi.
E’ così che la pensate? Io no. No, nel senso che la miopia e l’indifferenza occidentali sono sì politiche, ma solo in parte. A pesare – e non poco, secondo me – è il fatto che da anni non ci siano giornalisti sul terreno a raccontare le ragioni del popolo siriano. Giornalisti, ripeto, e non media-attivisti, perché non è la stessa cosa, amici miei: quello che serve, infatti, è un racconto indipendente e non “di parte”, che si imponga proprio in virtù della sua autorevolezza , condizione necessaria per fare breccia nell’opinione pubblica internazionale.
Tutto questo il regime l’ha capito bene. E se la propaganda di Bachar al Asad si è conquistato in questi ultimi anni un suo pubblico ahimè sempre più ampio, è anche per l’uso spregiudicato ma oculato che ha fatto del giornalismo occidentale “embedded”. Non è un caso infatti se Asad e i suoi alleati continuino ad organizzare tour mediatici in Siria – Ad Aleppo, a Palmira — consegnando alla grande stampa internazionale (e non a quella di regime, troppo sputtanata) la sua falsa verità sulla guerra in corso. A contrastarla, dall’altro lato della barricata, non c’è nulla se non il materiale prodotto dai media-attivisti, che è preziosissimo per carità, ma non è certo sufficiente, anche perché considerato di parte.
E allora, che fare? Io penso che se si riuscisse a creare dei “corridoi” per i giornalisti, garantendo loro le condizioni per poter lavorare con una certa sicurezza nelle aree “liberate” ed oggi sotto attacco, di certo l’informazione sulla e dalla Siria ci guadagnerebbe. So bene che è difficile, vista la situazione sul terreno. Ma so anche che da quelle parti all’informazione si dà poco peso. E si sbaglia.

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