DI ANNA LISA MINUTILLO
annalisa minutillo
La Locride è un contesto in cui nessuno è in grado di distinguere un punto dall’altro, contesto che a Platì si infittisce notevolmente. In questo fortino-rifugio delle cosche più pericolose d’Italia oggi vengono chiamati al voto i suoi 3700 abitanti dopo cinque anni di stop per via del commissariamento proprio a causa delle infiltrazioni mafiose. Diventa impossibile capire dove stiano il bene e il male, chi si schieri con la ‘ndrangheta, chi la subisca e chi la combatta. Suddividere i buoni dai cattivi in questo intreccio di legami familiari in cui boss riconosciuti, pericolosi pregiudicati e banditi sottoposti a ogni genere di forma restrittiva una vera impresa ardua. Potrebbero essere fratelli, sorelle, padri, madri, cugini e vicini, dei due candidati che si contendono la poltrona di sindaco.
E questo voto che deve scegliere tra Rosario Sergi e Ilaria Mittiga è la testimonianza di un ritorno alla normalità o semplicemente una medaglia di cartone destinata a essere buttata nel cestino dal prossimo commissariamento.
L’unica certezza è che in questo pezzo di Calabria, tra le montagne dell’ Aspromonte, seminata di ville abusive, di case vendute con una stretta di mano e dunque di proprietà sconosciuta e inconoscibile, tra viadotti lasciati a metà come efficaci monumenti al nulla la politica perde da sempre. E difficilmente riuscirà a vincere questa volta.
«Platì in cento anni ha conosciuto sedici commissioni prefettizie. Significa che c’è stata una continuità nello scioglimento e che la democrazia non è mai esistita. In un centro in cui le famiglie di ‘ndrangheta governano, è sicuro che riusciranno ancora a condizionare il Comune. E cambia poco che a svolgere la funzione di un sindaco sia uno piuttosto che un altro». Arriva anche il 2 giugno, festa della Repubblica, e il Procuratore capo Federico Cafiero De Raho è da solo al lavoro nel suo ufficio di Reggio Calabria. Il palazzone è vuoto. «L’avete visto con i vostri occhi che cos’è Platì». Un posto senza speranza? «No, una speranza esiste sempre. E un’idea per ripartire io ce l’ho». Ha proposto alla commissione Antimafia di nominare un pubblico ufficiale governativo per sorvegliare ogni singolo atto del nuovo primo cittadino di Platì. «Le elezioni da sole non bastano».
L’auto di Rosario Sergi circola nel paese con un poster fissato con lo scotch sul cofano posteriore, ed un altoparlante invita i cittadini a barrare con una x il suo nome sulla scheda elettorale. Platì sembra deserta, se non fosse per la presenza di ragazzini senza casco che sui motorini fanno da vedetta e sorvegliano gli intrusi lungo i vicoli . Nel paese non vi sono piazze, palestre, piscine, centri di aggregazione, appare come un paese che non pare aver mai avuto un piano regolatore nella sua storia. Al posto della sede del Pd, aperta appena un anno fa e chiusa dopo poche settimane a cause di faide e incomprensioni interne che hanno procurato imbarazzi non ancora superati anche al premier segretario Matteo Renzi, costretto a ritirare la sua candidata Anna Rita Leonardi, c’è un negozio che vende gadget religiosi. Non esistono comitati elettorali di nessun partito e nei giorni che precedono la consultazione l’unico comizio si tiene a Cirella, frazione lontana chilometri dal centro. «Se i nostri voti sono mafiosi allora anche la signora Bindi, che si è candidata qui, è stata eletta dai mafiosi. A Platì avere candidati non imparentati con famiglie che hanno problemi di giustizia è impossibile. Ma io sono incensurato. E godo dei diritti che questo Stato riconosce ai suoi cittadini, compreso il voto. Vogliono metterci un tutor? Prego, si accomodino. Poi finalmente ci giudichino per quello che facciamo».
Nella sede della assicurazione di cui è titolare Rosario Sergi legge il comunicato con cui la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi e l’onorevole Claudio Fava hanno appena bollato come inaffidabili i candidati di Platì. Testualmente: «Ci sono tra loro comprovati rapporti di amicizia, intimità e frequentazione con la cosca di riferimento dei Barbaro e altri clan». Amicizia, intimità e frequentazione. È possibile stare lontani dalle persone con cui sei cresciuto? E, soprattutto, non condividerne i percorsi?
Il padre, la madre e il fratello di Rosario sono seduti davanti a lui, come la moglie Annamaria, imparentata con quei Barbaro il cui capostipite Francesco, detto “Cicciu u Castanu”, classe 1927, è stato appena condannato per l’omicidio del brigadiere Antonio Marino, comandante della stazione di Platì assassinato il 9 settembre del 1990. È lei che dice al marito: «Non parlare con i giornalisti, quelli sono un muro di gomma». Ed è sempre lei a disegnare con un pennarello nero un punto interrogativo davanti al nome della lista di Rosario «Liberi di ricominciare». E’ arrabbiatissima . «A noi platiesi ci trattano come degli appestati. Ci chiudessero in un ghetto se non gli piacciamo». Rosario prova a calmarla ma inutilmente «Loro sono qui perché mi candido sindaco». E lo dice con riluttanza, I genitori hanno lavorato tutta la vita nei campi, ma lui e i suoi due fratelli hanno studiato e sono riusciti a laurearsi. «I soldi ’un sun nint . Contano lavoro e onestà», dice il padre. E sua moglie alza impercettibilmente la voce. «L’onestà e l’istruzione». È una donna piccola, piegata dal lavoro, che sembra portarsi addosso un’energia buona. Ci si chiede cosa si conosca realmente di queste persone.
Rosario guarda i genitori ai quali si rivolge dando loro del voi come in uso da queste parti . Torna alla Bindi, a Fava, a uno Stato che sente nemico. Misura le parole. «Se non si vota non va bene, se si vota non va bene. Allora a questo punto ci chiudano in una riserva o ci consorzino con un altro Comune. Oppure ristabiliscano la legge Pica del 1863». La legge Pica. Fu la procedura «per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle provincie infette». . «Sa quanto ha preso da noi il centrosinistra alle ultime regionali?». Scrive la risposta bella grossa su un foglio bianco: 77%. «Quei voti la politica li ha incassati senza fiatare. Quello che ha detto la Bindi è un crimine di Stato e terrorismo elettorale. E uno Stato che spara sul mucchio è uno Stato debole». «Platì insiste in un’area geografica nevralgica per le dinamiche della ’ndrangheta, assieme a San Luca e Africo è il cuore delle organizzazioni storiche calabresi. E’ alle cosche operanti su questo territorio che si deve la svolta che ha portato la mafia calabrese rurale e arcaica a divenire organizzazione criminale assurta a holding nazionale e internazionale». I Barbaro e i loro soci comandano in Australia e in Lombardia. Fanno affari in Colombia, in Canada, in Venezuela, gestiscono la droga che arriva nel porto di Gioia Tauro. E secondo Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, Natile, agglomerato di case a sei chilometri da Platì, è il centro mondiale del traffico di cocaina. «Le famiglie Trimboli, Sergi, Perre, Papalia, Romeo, Pelle e Barbaro sono legate da vincoli di parentela e di cointeressenza nella gestione di numerose attività illecite», dice ancora l’Antimafia e quegli stessi cognomi che si ritrovano nelle due liste civiche, Rosario li incolonna di nuovo sul foglio. «Qui i cognomi sono quindici in tutto, non si scappa, ma la ’ndrangheta esiste da noi come esiste a Firenze. O nella Roma di Mafia Capitale, dove non mi pare che lo Stato abbia sciolto il Comune». Annamaria chiude la conversazione rispondendo alla domanda che dall’inizio è rimasta sospesa nell’aria. «Tra lo Stato e la ’ndrangheta è peggio lo Stato». Così è impossibile non ripensare alle parole di Cafiero De Raho: «Guardiamo in faccia la realtà: a Platì sono disposti a vivere con gli uomini dei rapimenti senza isolarli, ma con lo Stato no».
Di fianco alla stazione dei carabinieri, c’è la casa dei Mittiga. Francesco Mttiga, ispiratore della lista «Platì res publica» di cui la figlia è candidata sindaco, è stato per tre volte primo cittadino. Lo era anche quando il Comune fu sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2006. E nel 2002 fu arrestato (e subito prosciolto) nel corso dell’operazione «Marine», un blitz notturno in cui le forze dell’ordine portarono via 128 persone. Di queste solo sette sono state condannate. La ferita non si è mai rimarginata e consente ancora oggi a Ilaria Mittiga, 37enne dipendente della Regione, laureata in giurisprudenza, di dire: «Mi presento per lavare il nome di mio padre. Lo hanno trattato come un mafioso. E invece è un medico che ancora adesso, a 75 anni, cura le persone del paese a ogni ora del giorno e della notte. Noi platiesi non siamo bestie».
foto di Anna Lisa Minutillo.
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