DI ENNIO REMONDINO
ennio remondino

Piazze vuote e senza comizi. Fine corsa elettorale depressa. Soprattutto a Roma, dove, comunque vada sarà un pasticcio. La propaganda via Web che cambia il modo del proporre la politica. Gli antichi vizi del farla, la politica. E il depistaggio del referendum d’ottobre.

comizio
Un tempo Pietro Nenni, indiscusso leader socialista nell’Italia liberata, aveva una sua analisi slogan: «piazze piene, urne vuote». Mai affrontato il rovescio della medaglia: piazze vuote ed urne piene? Difficile. Oggi impossibile. Siamo al «piazze vuote e urne vuote». Con ben poca gioia per tutti visto che gli eletti saranno il risultato delle non scelte di tanti, quasi amministratori di scarto. Piazze vuote quasi ovunque. Come minimo è disaffezione, con tante e diverse altre buone ragioni.
Sul Campidoglio un gran pasticcio, da qualsiasi parte la vuoi vedere. L’ombra di Mafia Capitale, la traumatica fine dell’esperienza di Ignazio Marino, gli scontri nel Pd, la spaccatura nel centrodestra che fino a poche settimane fa aveva ancora quattro candidati in campo. Potrebbero approfittarne i dilettanti-novità, nonostante gli infiniti dubbi sulle loro capacità di amministrare. In campagna elettorale la difficoltà per tutti i partiti di organizzare un evento. Ma le piazze del 2011, la «rivoluzione arancione» (esempio storico inopportuno) di Giuliano Pisapia e di Luigi de Magistris, i 40 mila di piazza del Duomo o le adunate a piazza del Plebiscito, sono un ricordo.
La cronaca politica narra di difficoltà diffuse nel trovare partecipanti ad eventi di scarso fascino. Aneddoti curiosi e certo maligni. «Non venire, non c’è nessuno», e Giachetti non andò a Corviale. Dario Franceschini molto arrabbiato per un appuntamento sulla cultura, in un cinema vicino al Parlamento, andato deserto. Chi su WhatsApp aveva creato gruppi per il sostegno di iniziative è stato sommerso da «non partecipo, non mi scrivete più». Marchini, per evitare i flop, ha selezionato al massimo gli appuntamenti. Idem Giorgia Meloni dopo il lancio della campagna elettorale sulla terrazza del Pincio. Salvini a contare sulla rissa, Fassina sulla sinistra che rimane.
Chiusure «minimal» anche a Milano con Sala e Parisi che hanno scelto luoghi chiusi e non troppo difficili da riempire. Ma è il clima generale. Al concerto della «Sinistra per Milano» con Vecchioni, Morgan e Rocco Tanica c’erano 300 spettatori. Silvio Berlusconi al Teatro Manzoni, dopo un po’ ha visto il pubblico andarsene, dicono ‘per la festa della mamma’. Silvio nonno non tira più. Scena simile per Maria Elena Boschi a Napoli: ritardi e i pullman organizzati sono andati via quando la ministra stava iniziando il suo discorso in una sala semivuota. E i Cinque Stelle senza Grillo? Anche per loro, aria cambiata, e s’è visto alla chiusura romana in Piazza del Popolo.
L’aspetto più vistoso del voto di domani, rileva Massimo Franco sul Corsera, è lo squilibrio tra lo scontro urlato tra i partiti e la freddezza nell’elettorato. Astensionismo probabile, disattenzione ai problemi veri delle città. La dimensione nazionale ha schiacciato quella locale. Fine del ciclo dei «grandi sindaci» (sempre Massimo Franco). Esempi? Infiniti. Un tempo era selezione dal cimento locale alla politica nazionale. Oggi riuscite a immaginare un candidato sindaco prossimo leader nazionale? Da trampolini verso il Parlamento nazionale e i ruoli di governo, ad espressione mediocre di una classe politica senza selezione.
Le forze politiche hanno faticato a trovare candidature di vero richiamo. Con i vertici dei partiti a dannarsi di fronte ai «no» di chi non voleva essere neppure coinvolto per quegli incarichi. Mafia Capitale ma non soltanto. Malaffare come percezione della politica a livello locale. E trasformismo vissuto come tradimento del mandato popolare. Ladri e voltagabbana, a dirla dura. Che produce la scomposizione progressiva dei vecchi partiti e degli interessi/ideali che li amalgamavano. La favola di una società civile virtuosa, contrapposta a partiti «brutti e sporchi». Ed ecco le scelte mediocri (a bassissima intensità, dice Franco), quasi autodifesa rispetto ai toni inutilmente esasperati della politica.
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