DI VIRGINIA MURRU
virginia murru
Già dal marzo scorso, l’economista statunitense Joseph Stiglitz ( Premio Nobel per l’Economia 2001), esprimeva le sue convinzioni circa l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, con le implicazioni che una simile evenienza può comportare. Ma Stiglitz, allora, non sembrava un puro assertore dell’allarme che si viveva (e si vive) in Europa sulle possibili ripercussioni del brexit; in tante circostanze ha dichiarato che per il Regno Unito, anzi, potrebbe essere la via migliore.
“Brexit better for Britain than toxic TTIP” – dichiarò a Londra, alcuni mesi fa, nel corso di alcuni seminari a tema economico, organizzati dal Partito Laburista. E se la prese in particolare con il TTIP (Transatlantic Trade and Investiment Partnership), ossia il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti. Il Trattato è stato fortemente voluto da Bruxelles e da Angela Merkel.
Il Premo Nobel Stiglitz, aveva espresso le sue ragioni in merito alla riluttanza sulla ratifica del trattato Ttip tra UE e Stati Uniti, in netto sfavore per l’Europa, addirittura tossico per la sua economia. Ma non è stato certo l’unico che ha manifestato forte perplessità sui possibili esiti del Trattato internazionale fra le due grandi potenze economiche del pianeta. Sono stati in particolare la gente, il mondo dell’industria, le associazioni ambientaliste, i sindacati e rappresentanti politici, a rivoltarsi.
Un cordone unico di dissenso contro il rischio di un trattato che apre prospettive a dir poco incerte nel mercato, e in molti punti viola diritti e principi democratici. Che dovrebbero essere invece i muri portanti dei regimi politici dell’USA e dell’UE. Una rivolta che ha riunito in piazza, a Roma, il 7 maggio scorso, una folla determinata di 30 mila persone, ben consapevoli dei rischi del trattato, nonostante le scelte del governo. Il Parternariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, è un negoziato avviato nel 2013 tra l’Unione europea e gli USA, in sordina, in segreto comunque, e solo grazie ai movimenti che hanno sollevato la cortina d’impenetrabilità degli accordi, permettendo alla gente di venirne a conoscenza, si è riusciti ad alzare argini di contrasto volti a fermare questi negoziati scellerati.
Per tale ragione, Stiglitz, mette in rilievo la posta in gioco per l’Unione, e considera il trattato talmente deleterio per l’Europa, da avere dichiarato a Londra, che meglio sarebbe il brexit per il Regno Unito, piuttosto che entrare in questo tunnel di accordi insidiosi, dove ad essere favoriti sarebbero gli avvoltoi delle grandi multinazionali.
Nei mesi scorsi le sue dichiarazioni sul brexit, hanno assunto un tenore diverso, e i suoi convincimenti hanno rivelato un focus più deciso, avvicinandosi a coloro che scongiurano e lottano affinché si eviti la ‘migrazione’ della Gran Bretagna dall’UE, visto che resta, in ogni caso, una presenza molto importante per gli equilibri economici e politici. Il senso di neutralità (quasi), di Stiglitz, nei confronti del pericolo che il brexit rappresenta, è stato abbandonato per uno schieramento più chiaro.
Anti-euro da sempre, non perde occasione per sottolineare che quando l’UE ha deciso d’istituire la moneta unica, si è messa le pastoie ai piedi, perché, secondo le sue ‘viste’ sull’economia europea, avrebbe solo creato problemi a tanti paesi membri, tra i quali Italia, Francia, Spagna.. Un’avversione sempre presente nelle sue affermazioni; l’Euro la ritiene una moneta da rottamare, e, secondo i suoi orientamenti di pensiero, non ha contribuito alla crescita, ma ha creato solo congestioni e ostacoli sul piano economico. Nel suo ultimo libro, in via di pubblicazione, dedicato proprio alla moneta unica adottata dai paesi dell’Eurozona (19), le sue teorie non lasciano dubbi sull’avversione nei confronti della divisa europea.
Tanti e tali sarebbero i guai creati dalla valuta, da avere seriamente inciso in generale, su ogni paese membro dell’Unione, alcuni in particolare, ma nessuno ne è stato esente. Si è trattato, specie dopo la crisi del 2008, secondo il Premio Nobel, di un problema sistemico. L’euro lo considera un esperimento fallito, lo condanna con formula piena, senza alcuna indulgenza e tanto meno assoluzioni.
In un’intervista rilasciata al quotidiano ‘La Stampa’, sulla questione brexit, non tentenna, il professore di Economia alla Columbia University, va avanti spedito e si allinea con la platea dei contrari alla fuga degli inglesi dall’UE. Così si esprime al riguardo:
“Il vero problema è quello politico, non economico. Nella gestione della Ue sono stati commessi molti errori. E’ un’istituzione verticistica, che non ha fatto abbastanza per democratizzarsi, e per creare una cultura e una identità politica comune fra i suoi cittadini. Questi però sono problemi che possono essere corretti, e l’arco della storia pende verso l’integrazione”.
In sostanza le sue opinioni sono in totale simmetria con quelle del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, il quale, ultimamente, ha fatto notare la necessitò, se non l’urgenza, da parte degli stati membri, di rinunciare a una consistente parte delle proprie sovranità, per concepire l’UE come un unico polo politico. Solo marciando verso questi rivolgimenti, si può sperare di uscire fuori dalla giungla burocratica, che non ha tratti politici definiti, in cui ristagna l’Unione.
Anche Weidmann considera queste scelte le sole chiavi di volta in grado di fare cambiare pelle all’Europa. In modo più snello e deciso, evitando le spire di un nazionalismo che prevale, non di rado, sul buon senso delle scelte importanti, per dare un profilo più degno al vecchio continente. Con un volto più chiaro, e il raggiungimento dell’unità politica, si diventerebbe anche più credibili a livello internazionale.
Secondo Stiglitz la riforma più urgente da portare avanti, è quella riguardante la moneta unica, dunque l’Euro.
Sul brexit, durante l’intervista rilasciata a ‘La Stampa’, è ancora categorico. No, alla brexit, allora?
“Non sarebbe utile sul piano economico – ribadisce – e lancerebbe un segnale molto pericoloso su quello politico, soprattutto verso altri paesi che potrebbero decidere di seguire l’esempio della Gran Bretagna. Diverso sarebbe il discorso, se invece Londra facesse parte dell’euro e dovesse decidere se abbandonarlo”.
Gran parte delle organizzazioni economiche e finanziarie, dall’Ocse al FMI, alle Banche Centrali, oltre al mondo politico, quasi unanime, a parte i sostenitori del si in Gran Bretagna, sono contro il brexit; semplicemente perché la consapevolezza sulle conseguenze nasce dalle valutazioni concrete riguardanti l’andamento economico. E’ il loro pane quotidiano, e non hanno interessi particolari per opporsi a questa minaccia storica.
Non tutti gli scenari del ‘day after’ sono chiari, ma la paura serpeggia, e l’evento, intanto, secondo l’Economist, è stato considerato come uno spettro che agita molti animi, inserito nella top 5 dei probabili fenomeni catastrofici per i mercati.
foto di Virginia Murru.
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