DI FABIO BALDASSARRI
fabio baldassarri
La storia si ripete sempre due volte” è frase attribuita a Engels raccolta da una lettera che lo stesso scrisse a Marx. In realtà la faccenda è un po’ più complessa, e riguarda considerazioni sulla storia formulate da Hegel su cui Engels ritenne di fare un commento, quasi un rimprovero, del tipo “avrebbe fatto meglio a dire che, quando la storia si ripete, la prima volta è come tragedia e la seconda è come farsa”. Ovvero (a esser causidici) Engels intendeva dire che anziché tragedia è farsa “quando la storia si ripete nello stesso modo che a suo tempo produsse effetti di tragedia eppure si è così sciocchi da non tener conto degli errori che furono allora commessi”.
Ma, se così è, non si farebbe prima a dire (alla Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno) senza scomodare tanto illustri personaggi: “L’asino dove ci cascò una volta non ci cascò più.”? Ma qui finisce, con un po’ di leggerezza, il commento a una delle citazioni che si usano a proposito e sproposito quando si vuole smontare un evento che si sta ripetendo ma di cui, a suo tempo, il critico volle cogliere soltanto l’aspetto negativo. Ma siamo sicuri che quell’evento avesse solo un lato negativo? e lo aveva sempre? e lo aveva per tutti? Orbene: adesso che son ripartite le lotte operaie in Francia, e proprio al dì di maggio come nel ‘68, c’è proprio chi guarda al “mai français” come a una tragedia e ce lo rinfaccia ammonendo: “State attenti che non si ripeta come una farsa!”
Ma il ’68 non fu una tragedia epocale vivaddio, e tantomeno sarà un farsa se preluderà a una ripresa delle lotte operaie e studentesche alla luce di quanto di positivo caratterizzò quel tempo. Se, cioè, distinguiamo chi di quelle lotte fece un uso liberatorio da chi cercò di farne uso violento, se cogliamo il punto più alto – l’unità fra operai e studenti – da cui scaturì una sorta di egemonia culturale sull’intero periodo: il periodo delle battaglie contro le spinte guerrafondaie in Vietnam (il movimento “no war” di Berkeley), che fece muro contro il terrorismo (dalla banda Baader-Meinhof in Germania, all’estremismo di dx e sin in Italia) e spostò l’intero asse in direzione delle istanze di democrazia e partecipazione. In Italia, in particolare, fu la stagione delle lotte che migliorarono le condizioni di vita dei lavoratori con l’autunno caldo, la stagione delle battaglie per i diritti civili che portarono alla clamorosa vittoria del referendum sul divorzio e, infine, fu la stagione delle giunte rosse che dopo il terrore degli anni di piombo riportarono i cittadini nelle piazze e alla partecipazione.
Dunque, seppure sappiamo che il male ci fu (come vedete non ho ignorato gli anni di piombo) non dobbiamo dimenticare che il movimento del ’68, al saldo di quanto si palesò per subdolamente contrastarlo o apparve più che altro come folklore e luogo comune, trasse dalla iniziativa sindacale e dalla contestazione studentesca un saldo assolutamente positivo.
Se possiamo annettere a quel periodo un significato storico, cioè, mi guarderei bene dal definirlo “un periodo tragico” e anche dal temere che, partendo dalle “lotte operaie in Francia” sul jobs act, possa trattarsi adesso di scadere nella farsa. Da queste lotte ci viene, semmai, il suggerimento che ci sarebbe molto da fare, oggi, per gli studenti, gli inoccupati, i lavoratori delle fabbriche e il ceto medio livellati sempre più verso il basso mentre crescono le disuguaglianze fra una minoranza di estremamente ricchi e una massa di poco abbienti se non, addirittura, poveri e talvolta molto poveri. C’è, insomma, qualcosa da fare per battere un mondo finanziario e politico che sembra aver perso ancora una volta la tramontana, che fa dell’avidità un sistema, che promuove o subisce guerre e scarica i costi della sopravvivenza sui più deboli. C’è qualcosa da fare, voglio dire, prima che sia troppo tardi.

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