DI CARMEN VURCHIO
carmen vurchio
Non se ne può più di vedere migranti in ogni dove. E’ questo che deve aver pensato il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz, del partito popolare Övp, prima d’illuminare il mondo con la sua straordinaria idea. I rifugiati salvati in mare? Portiamoli tutti sulle isole. Ovviamente quelle altrui.
“Non è un caso – dice Kurz – che gli Stati Uniti abbiano portato i migranti a Ellis Island, un’isola, prima di decidere chi poteva raggiungere la terraferma”.
Quindi i migranti scappano dall’inferno per finire in un carcere? E’ questo che propone il ministro? Ovvio, e secondo Kurz, non sarebbe abbastanza perché “chi arriva illegalmente in Europa dovrebbe perdere il diritto di chiedere asilo”. Un diritto che sta stretto a chi l’Europa la rappresenta. Un diritto che si vorrebbe cancellare ma che non si può cancellare così facilmente. Allora cosa fare? Prepariamo il “pacco migranti” e spediamolo sull’isola di turno, partendo da Lesbo, in Grecia, isola da rinominare, a mio avviso, “ l’isola dei disperati, che nessuno vuole”.
“Isoliamoli”, teniamoli segregati in posti dimenticati da Dio, lontano dagli occhi e quindi dal cuore, come ha fatto l’Australia negli anni passati e dove ora non arriva più nessuno. Australia che secondo il ministro, “è riuscita a decidere chi avesse il permesso di entrare e non ha lasciato questa decisione ai trafficanti di esseri umani. Il nostro sistema provoca – sempre a suo dire – migliaia di morti nel Mediterraneo, perché i migranti sperano di essere accolti”.
E su questo non me la sento di dissentire: è colpa dell’Europa se si continua a morire nel Mediterraneo; è colpa dell’Europa se la vita dei migranti che decidono di raggiungere la loro Terra Promessa è nelle mani di scafisti senza scrupoli; è colpa dell’Europa se non ha ancora messo in atto un piano d’identificazione rapido e preciso. Ma non posso essere d’accordo col ministro quando dice che bisogna seguire l’esempio dell’Australia e degli Stati Uniti, quindi “detenere” e non “accogliere” i migranti, segregarli in isole “d’accoglienza”, magari in paesi poveri che non hanno nulla da perdere e tanto da guadagnare, finanziati dall’Unione Europea, sempre pronta a pagare pur di liberarsi di una patata bollente.
Questa è solo una delle proposte del ministro, lanciate nel corso di un’intervista al quotidiano Die Presse. Le altre? “Accogliere i rifugiati che chiedono asilo nei campi in Nord Africa; rimandare i migranti nei propri paesi d’origine o verso la Libia (dietro accordo col Paese che li accoglierà) e bloccare quelli che scappano dalla Siria, direttamente in Turchia”. Insomma, piazziamoli ovunque tranne che a casa nostra, dove ci potrebbe essere posto per alcune donne, alcuni malati, alcuni disabili. Stop. Ingresso a numero molto chiuso.
La considerazione che mi sento di fare è breve ma chiara: il destino di questa gente disperata è appeso a un filo, che si potrebbe spezzare da un momento all’altro, per colpa di chi quel filo dovrebbe tentare di proteggerlo ma che per un pugno di voti preferisce cercare in tutti i modi di spezzarlo.
Aprire le braccia ai disperati fa calare i consensi e, si sa, in politica ciò che conta è portare a casa il risultato. Ovviamente sempre e solo quello elettorale.
foto di Carmen Vurchio.
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