DI FIORELLA MANNOIA
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Ricordo mio padre che metteva la sveglia alle 4 per vedere in diretta gli incontri di “Cassius Clay ” quello che definiva, a ragione, “il più grande campione del mondo della storia della boxe”. Io lo sentivo quando si svegliava e mi alzavo con lui, e a me che di boxe non capivo niente (neanche ora a dire la verità) piaceva guardare insieme a lui questo pugile “ballerino”, questo strafottente, bellissimo e geniale campione che ci teneva incollati allo schermo. Noi due soli, a volume basso alle luci dell’alba a tifare per questo campione che sembrava non toccare terra e che aveva la capacità di rendere elegante e leggiadro uno degli sport più duri al mondo.
Molto tempo dopo ho scoperto anche la grande persona che era, la sua umanità, le sue battaglie civili, il suo coraggio, che dimostrava anche, e soprattutto, fuori dal ring. Un coraggio che ha pagato caro per molti anni della sua vita.
Come quando rifiutò di andare in Vietnam a combattere contro i Viet Cong . 
“La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o qualche altra persona con la pelle più scura della mia, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America, i miei nemici non sono i Viet Cong, loro non mi hanno mai chiamato sporco negro, i miei nemici sono qui…. allora portatemi in galera”.
Gli costò il titolo dei pesi massimi e la licenza per combattere. Fu processato e condannato a cinque anni di carcere che non scontò perchè nel 1971 la Corte Suprema, spinta da una sollevazione popolare e dall’attenzione mediatica, ribaltò la sentenza riconoscendo, per la prima volta, il diritto all’obiezione di coscienza.
Ho provato un dolore sincero ad apprendere la notizia che se n’è andato e voglio ricordarlo con la risposta che diede a un giornalista che in un intervista che gli chiese se conosceva una poesia.
Muhammad Ali declamò una poesia, la sua, la più corta e significativa poesia della storia, rispose: ME, WE. IO, NOI.
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