DI LUCIO GIORDANO

Lucio

Dimissionare Matteo Renzi. Questo dovrebbe fare il Pd per prendere al volo l’ultimo treno utile per la sua salvezza. Il dato, dopo la disfatta del primo turno, è inequivocabile: il renziano Sala ha sbagliato il calcio di rigore a porta vuota ed è poco sopra a Parisi a Milano,  41,5 contro 40, 9. Fassino è avanti alla Appendino dei 5 stelle ma quel 41.5 a 31.1 non lascia dormire sonni tranquilli per il secondo turno del 19 giugno. A Napoli la Valente è addirittura fuori dal ballottaggio. E qui De Magistris è sicuro al 99 per cento della vittoria finale: con  il 42,2 doppia quasi Lettieri, fermo al 24.2.  Infine a Roma Virginia Raggi dei 5 stelle è saldamente in testa con il 35,8 contro il 24. 4 di Giachetti, che andrà al ballottaggio. Sono i dati delle 6 del mattino, dati praticamente definitivi. E sono il racconto della débâcle renziana. Non a caso nelle grandi  e medie città , il Pd vince solo a Cagliari, con quel Zedda sindaco della rivoluzione arancione, si noti bene in quota Sel, che nel 2011 aveva portato alla vittoria anche  De Magistris e Pisapia a Milano.
Il messaggio è chiaro, dunque. Con i suoi candidati, da lui scelti,   Renzi perde e perde pesante. Il suo silenzio post elettorale la dice lunga sulle difficoltà in cui si trova oggi l’attuale premier. Certo, ai ballottaggi il Pd potrà  pure vincere a Milano o a Bologna, magari anche a  Torino. Ma conterà poco. Quel che è importante è  che queste elezioni   sono un avviso di sfratto al governo Renzi e alla leadership di Matteo nel Pd. L’ex sindaco di Firenze ha sbagliato tutto: strategie, alleanze e frasi. Soprattutto frasi. Dire ad esempio che le amministrative non contano è una castroneria  senza eguali se poi ti spendi per i tuoi candidati, come Renzi ha fatto in queste settimane. Se contano contano, altrimenti non è che contano solo se vinci.
Tagliamo la testa al toro: queste amministrative contano. Eccome.  Non conta invece il referendum costituzionale, sia perché sarà tra più di quattro mesi, sia perché Renzi difficilmente ci arriverà indenne. Messaggio forte e chiaro dicevo,  quello dell’elettorato ( ex) dem: il pd renziano spostato a destra non piace e per farlo capire al diretto interessato lo ha punito, astenendosi  o votando 5 stelle.  Quindi, quello che è riuscito una volta, alle europee, non riuscirà più. In pratica il partito della nazione è morto ancora prima di nascere. Ma quello che è delittuoso per i democratici è che proprio con questa ingenua o proditoria strategia politica ( scegliete voi), Renzi ha definitivamente distrutto il Pd .
Quanta nostalgia, allora,  per i risultati ottenuti da Bersani nel 2013, quanta nostalgia per la vittoria di Marino di tre anni fa. Il pd di oggi vale non più del 20 per cento. E più tergiverserà sulla decisione di anticipare il congresso per scegliere un altro segretario , visto che l’attuale ha fallito totalmente, più il Pd perderà consensi. Perché tra la copia e l’originale, la gente preferisce sempre l’originale. Se insomma deve essere destra, allora meglio dare la preferenza alla destra vera: Berlusconi, Salvini e compagnia cantante.  A meno che non sia  stato questo il vero obiettivo di Renzi, una volta eletto due anni fa: distruggere il Pd per fare un favore ai poteri forti. Ma poi per fare cosa? Come detto, è chiaro che  Il partito della nazione non nascerà né ora né mai visto che Ala , ncd e Forza Italia hanno numeri da prefisso telefonico. Renzi rischia dunque di restare con il cerino in mano, dopo il disastroso risultato di stanotte. Per molto meno Massimo D’ Alema si dimise  da segretario dei Ds. Matteo, a meno che non sia costretto con le cattive maniere, non lo farà.
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