DI MARUSKA ALBERTAZZI
Maruska Albertazzi
Sono nata da madre radicale e padre anarchico finto nostalgico missino. Sono stata cresciuta da una tata comunista che mi portava ogni estate alla Festa dell’Unità dove lei faceva la volontaria. Ricordo ancora quella bambina che trascinava un pezzo di corda con attaccata una cassetta della frutta in cui metteva tutti i suoi tesori, immersa nell’odore di fritto delle crescentine. Ho passato la mia infanzia in scuole private cattoliche che oggi potremmo definire renziane. Il liceo l’ho iniziato in un collegio catto-fascista e l’ho proseguito in una high school in cui il mio compagno di banco di Art History AP era il figlio di Ross Perot. In cuor mio, sono stata sempre e comunque radicale. E lì è andato il mio primo voto.
A 19 anni ho avuto un fidanzato che oggi fa politica con Forza Italia e ho frequentato i primi circoli, con curiosità.
A 21 avevo già deciso che la destra non faceva per me e ho iniziato a frequentare il PD (che allora stava per diventare Quercia). Il mio compagno di allora, la maggior parte dei miei amici e delle mie amiche, i miei punti di riferimento, i professori universitari, facevano tutti più o meno parte dello stesso schieramento, forse con una leggera flessione a sinistra. C’erano cose che non mi piacevano, certo. Certe durezze, la difficoltà a mettersi in discussione, certi pregiudizi. Eppure ho scelto di stare da quella parte, da strana, da anomala, per tanti, tantissimi anni, perché, in fondo, era quella che mi rappresentava di più. Rappresentava il mio modo di pensare, la mia indole, persino il mio modo di vestire.
Col passare degli anni, alcune certezze sono venute meno. Certi idealismi si sono dissolti, quando ho visto i meccanismi da vicino. Ho visto scelte che non capivo, ho visto personaggi come tanti biscotti fatti con le stesse formine e guai a uscire dal coro. Ho visto uscite dal coro che, in fondo, erano biscotti come tutti gli altri, solo con una glassa diversa. Ho visto persone intelligenti, capaci, in grado di dare davvero un contributo, messe da parte.
Mi sono disinnamorata. Completamente. Ho deciso che non me ne frega più niente del partito, che preferisco guardare le persone, una ad una, farmi un’opinione, scegliere in libertà. Che se per eleggere due o tre persone valide in qualche municipio devo sacrificare la città a centinaia di inetti o collusi, ma chissenefrega. Dove c’è qualcuno di appena valido, lo voterò. Che sia di destra, di sinistra, a cinque stelle o del partito dei piccioni alati.
E visto che nessuno dei candidati sindaco per Roma mi rappresentava in toto, ho scelto quello che, in tutta onestà, mi sembrava più utile ed efficace. Se ancora qualcosa di utile ed efficace si può fare.
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