DI GIULIO CAVALLI
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Dunque gli elettori italiani non sono così superficiali e sbadati come qualcuno si ostinava a scrivere. Svogliati, certo, ma non si è mai vista una corsa d’entusiasmo verso il meno peggio e queste elezioni, in gran parte, sono state un rovistare tra le macerie. Però i risultati anche a un primo colpo d’occhio ci dicono che nessun partito è abbastanza forte per segnare un risultato nazionale ma dappertutto sono i candidati a trascinare tutto il resto.
Il fallimento di Renzi
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Renzi si ostina a ripetere la tiritera del voto nelle città che non ha nulla a che vedere con il giudizio sull’operato di governo ma i numeri non lasciano spazio alle congetture e nemmeno alle favole: solo a Milano (e parliamo comunque di una città che viene da un quinquennio con Pisapia giudicato in gran parte positivo) il Partito Democratico ha dimezzato i suoi voti e in scala nazionale siamo ben lontani dagli ultimi risultati delle europee (ma anche, attenzione, delle precedenti elezioni amministrative): la favola dell’ottimismo e della crescita economica non è solo stata osteggiata dai “gufi” ma evidentemente non ha un reale riscontro con i cittadini. Se è vero che la connessione sentimentale (e un po’ bulla) è uno dei pregi di Renzi la prova dei fatti è più inesorabile di un mi piace scialacquato su Facebook e lo straordinario risultato di De Magistris a Napoli ci dice quanto le schermaglie verbali siano ininfluenti.
Le elezioni di Milano, Roma, Napoli e Torino
Oggi è una giornata di smentite, secche. A Milano cade la fiaba di un Beppe Sala che avrebbe dovuto essere universalmente riconosciuto come artefice di un Expo vincente su tutta la linea; a Napoli la decantata “incapacità di governo” di De Magistris rimane uno spot elettorale; a Roma sono in molti a credere che la Raggi abbia le carte in regola per guidare la città; a Torino Fassino è costretto al ballottaggio (rischioso) con la grillina Appendino e anche nelle storiche roccaforti i segnali sono incoraggianti.
Nel centro destra intanto Berlusconi indovina il colpo elezioni su Milano: Stefano Parisi prende la rincorsa per il ballottaggio e per la futura leadership nazionale con Forza Italia che, nel capoluogo lombardo, quasi doppia la Lega di Salvini. A Roma, intanto, la Meloni avrà fretta di capitalizzare il risultato personale per chiedere spazio. Se prima di queste elezioni erano in molti a ritenere Salvini leader naturale del centrodestra ora il quadro diventa più complicato.
Il Movimento 5 Stelle (nella sua prima campagna elettorale senza Casaleggio e con Grillo “di lato”) infila risultati importanti ma scostanti: il voto d’opinione è maturato in un scelta sulla competenza e sulle persone e ottiene buoni numeri sia nella disastrata Roma come anche nella misurata Torino. A proposito: Fassino sfidò Grillo, qualche anno fa, invitandolo a “fare il suo partito e mostrare di cosa era capace” e oggi ci va al ballottaggio. Quando si dice l’imprudenza.
E poi c’e la sinistra, che si attesta sulle percentuali che ti aspetti. E prima o poi varrebbe la pena imparare che ormai anche la nostalgia non supera il quorum: se la corsa è a rimasticare parole già sentite senza cambiare le facce (e costruire davvero una classe dirigente) sarà difficile arrivare lontano.
È Possibile
Quindi è Possibile? Sì. Secondo me sì. E provo a spiegare perché: queste elezioni sono state il primo test sotto stress per una struttura ancora in piena formazione e che, pur piccola, nutre già importanti antipatie tra i partiti (non preoccupatevi, è un ottimo segno). Dal punto di vista organizzativo è la prima volta che i comitati si verificano nel ruolo di terminali nervosi di una rete che vuole essere tutta centro. E basta rivedere le immagini della campagna per scorgere un entusiasmo che in alcune città è stato fortemente identitario. Possibile, appunto. E poi c’è il resto: il risultato di Roma (ad esempio) racconta che avevamo forse visto giusto quando ci siamo adoperati senza sosta perché Massimo Bray allargasse un campo che ci appariva troppo stretto. Abbiamo pagato dazio di avere avuto un’idea controcorrente (ad una corrente che bisognerebbe valutare quanto sia nostra per davvero) ma forse alla fine la sensazione non era così sbagliata. Ecco, se potessi dare un consiglio: fidiamoci di noi. Osiamo. Lasciamo perdere una cortesia lambiccata che fuori, nel Paese, non interessa a nessuno. Prendiamoci il coraggio di dirci, guardandoci negli occhi, che i compagni di viaggio determinano il nostro messaggio pubblico. Parliamo agli elettori piuttosto che agli eletti. Non serve l’ennesimo laboratorio politico di autocompiacimento: serve innovazione e coerenza e se qualche volta costano la fatica di spiegare e raccontare, beh, facciamolo.
Tra la veteronostalgia residuale e gli amici sotto traccia degli amici di Verdini c’è un popolo che aspetta di ascoltare una storia nuova non solo nel vocabolario ma nelle proposte e nelle persone. Per questo è Possibile. Perché forse sarebbe il tempo di coltivare con coraggio le proprie intuizioni senza vincoli che sono politicismi che non interessano ai più. È Possibile, in fondo, è nato per questo. No?
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