DI GIACOMO MEINGATI
giacomo meingati
Nella fruizione della cultura popolare nel Medioevo i giullari erano centrali, perché portavano di corte in corte i colori, i profumi e le voci di tutta L’Italia, riuscendo a dipingere anche le tragedie con ironia, questa dinamica ci pare riattualizzata da Virzì e il suo cinema che esprime i colori e le realtà umane di un’Italia che nelle sue sfaccettature popolari si confronta con la modernità.
Virzì, che dopo l’infanzia Livornese si diploma al centro sperimentale di cinematografia nel 1987, dopo aver collaborato col suo maestro ed insegnante Furio Scarpelli per la sceneggiatura di “Tempo di Uccidere” dell’89 di Giuliano Montaldo ed aver contribuito ad altre sceneggiature (Turnè 1990, Condominio del 91) esordisce nel 94 con il film “La Bella Vita” ed è un esordio col botto, che porta al regista toscano un ciak d’oro, il nastro d’argento e il David di Donatello per il miglior regista emergente.
Nel 1995 arriva l’importante lavoro “Ferie D’Agosto” affresco di un’ Italia che si confronta con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, tematica cara al regista che verrà ripresa in numerosi lavori successivi come N-Io e Napoleone del 2006, in cui, nell’analisi del rapporto tra cultura e potere, il raffronto con il leader lombardo è a tratti palese e chiaro.
I primi anni duemila per Virzì significano lavori di grande successo e riconoscimenti, dove il racconto della realtà e dei colori del nostro Paese va approfondendosi per passare, ci sembra, sempre più dal racconto dell’esteriorità sociale a quella delle psicologie inserite in tale contesto.
Questa gradualità di sviluppo passa da “Ovosodo” (1997) a “My Name Is Tanino” (2002) fino a “Caterina va in Città (2003). Questo processo tra racconto etnografico e psicologico arriva a piena maturazione nel 2008 con il drammatico “Tutta la Vita davanti” in cui Virzì si confronta con la realtà esistenziale della gioventù del nostro tempo, esprimendo come pochi sono riusciti a fare la precarietà che, in tutti gli aspetti della vita, sembra essere sovrana nella vita delle giovani generazioni.
Sulla stessa linea è l’acuto racconto della realtà lavorativa brianzola, e Italiana più in generale, di “Capitale Umano” (2014) in cui l’affresco del regista sposta l’attenzione dalla precarietà alla realtà, spesso dura e cinica, del lavoro in Italia oggi.
Il film, per altro pluripremiato con ben 7 David di Donatello, tra cui il Miglior Film, è un approfondimento dello sguardo esistenzialista che in Virzì trova una prodigiosa espressione nel suo ultimo lavoro, “La Pazza Gioia”.
Il film, pur mai smarrendo l’ironia e gli affreschi giullareschi del repertorio del regista, approfondisce l’espressione delle realtà più profonde e drammatiche dell’esistenza umana, che, sembra essere il tacito messaggio, trova proprio paradossalmente nella pazzia e nel dolore psichico una fortissima manifestazione e un fortissimo e pur disperato grido che però ne afferma l’esistenza e la presenza.
Questa prospettiva esistenzialista si esprime nel porre in luce il punto di vista personale di una madre il cui amore per il figlio si staglia più forte di qualsiasi sovrastruttura sociale.
È, in questo ultimo lavoro di Virzì, la Vita umana nella sua singolarità che reclama il suo spazio e la sua importanza, incoraggiando la ricerca di strade possibili in cui il potenziale di ogni essere vivente possa essere valorizzato come merita.
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