DI STEFANO SYLOS LABINI

stefano sylos labini

Con la stessa logica di chi dice di uscire dall’euro, allora il Mezzogiorno dovrebbe “uscire dall’Italia” nel caso si ritornasse alla lira perché una moneta unica per l’intero territorio nazionale avrebbe lo stesso effetto che oggi ha l’euro sui diversi paesi dell’Europa. Con il ritorno alla lira, aree a diversa produttività e con un peso molto diverso del settore privato, specialmente per quel che riguarda il comparto manifatturiero, si verrebbero a trovare con una stessa valuta che penalizzerebbe i territori meno competitivi e cioè le regioni meridionali.
E’ vero che nel periodo che va dalla seconda metà degli anni ’50 fino alla prima metà degli anni ’70 nel Mezzogiorno ci furono ingenti investimenti pubblici nelle infrastrutture e nell’industria di base e di trasformazione che permisero di ridurre il divario tra Nord e Sud, però, tali interventi non riuscirono a mettere in moto uno sviluppo endogeno in grado di autoalimentarsi.
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A partire dagli anni ’80 il ridimensionamento degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno ha determinato un allargamento del divario economico con il Centro-Nord, un divario che si è accentuato quando l’Italia è entrata nell’euro. Possiamo dunque affermare che la sovranità monetaria ed economica dell’Italia non è riuscita a garantire uno sviluppo adeguato del Mezzogiorno e che l’intervento pubblico è una condizione necessaria ma non sufficiente se esiste una moneta troppo forte rispetto alla capacità competitiva di un’area arretrata. Per questo Marco Cattaneo ritiene che in un territorio a bassa produttività e con un debole settore di produzione la leva fiscale sia decisiva per aumentarne il livello di competitività e per attrarre nuove imprese. Questa potrebbe essere una strada per rendere sostenibile una moneta unica in aree a diversa competitività insieme ad un’intervento pubblico che promuova lo sviluppo di nuovi settori di produzione come quelli che ricadono nell’ambito della green economy.
P.S. Questo e’ un messaggio rivolto a quelli che credono che uscendo dall’euro e quindi tornando alla lira e ripristinando la sovranità monetaria ed economica potremmo risolvere i nostri problemi. Invece anche con lira ci sarebbe una situazione “non ottimale”. In questo quadro potrebbe essere più conveniente rimanere nell’euro cercando di recuperare margini di manovra con la moneta fiscale.
L’articolo di Marco Cattaneo
I guai dell’unione monetaria europea ci stanno affliggendo da alcuni anni, in modo sempre più pressante. Con il dualismo Nord – Sud italiano ci siamo invece nati e vissuti, per cui tendiamo ad accettarlo con fatalismo, come fosse la conseguenza di una legge di natura.
I dati sono noti, ma riguardarli fa sempre una certa impressione.
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L’Italia è una nazione di circa 60 milioni di abitanti. 40 scarsi risiedono in un Centro-Nord il cui PIL pro-capite, nonostante la crisi, è a livelli medi molto vicini alla Germania. Nello stesso tempo, il Meridione è ai livelli della Grecia. L’Italia è una riproduzione in scala, pressoché perfetta, della spaccatura economica dell’eurozona.
Su quando e come si è formata questa divisione, si è scritto a lungo e le opinioni sono variegate. Studi accreditati affermano che all’unità d’Italia le differenze erano praticamente inesistenti, e si sono create a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento. Questo non è del tutto coerente con il fatto che l’espressione “questione meridionale” fu utilizzata per la prima volta, pare, dal deputato lombardo Antonio Billia nel 1873.
Comunque il problema era conclamato quando nel 1911 Giustino Fortunato scrisse “che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio (nota di Marco Cattaneo: qualche anno prima evidentemente il dubbio ancora c’era). C’è tra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”.
In sintesi, una differenza economica tra nord e sud al tempo dell’unità d’Italia probabilmente esisteva, ma a livelli abbastanza contenuti – tanto da lasciare alcuni dubbi sulla sua effettiva rilevanza. L’unione monetaria italiana l’ha fortemente allargata e resa permanente.
E ciò nonostante l’adozione di tutti i provvedimenti (unione fiscale, unione bancaria, mutualizzazione del debito pubblico, welfare system integrato, investimenti industriali finanziati o gestiti direttamente dallo Stato) che oggi ci vengono indicati come la soluzione dell’eurocrisi.
Immaginiamo invece di innestare il progetto Certificati di Credito Fiscale sulla questione meridionale italiana. Secondo l’ipotesi più recente, potrebbero essere assegnati annualmente 200 miliardi annui, di cui 83 alle aziende, 70 ai lavoratori e 47 destinabili a una serie di altri interventi (spesa sociale, sostegno ai ceti economicamente disagiati eccetera).
La quota destinata alle aziende è dimensionata in modo da ottenere una riduzione del 17-18% circa del costo del lavoro per unità di prodotto delle aziende private italiane, il che permette di recuperare il delta di competitività che si è prodotto rispetto alla Germania dall’introduzione dell’euro a oggi.
I 13,3 milioni circa di dipendenti del settore privato lavorano per circa tre quarti (10 milioni) in aziende del Centro-Nord e per 3,3 nel Mezzogiorno. Se la quota di 83 miliardi fosse suddivisa in proporzione sarebbero circa, rispettivamente, 62 e 21.
L’assegnazione alle aziende del Mezzogiorno potrebbe essere incrementata per esempio di 15 miliardi, utilizzando una parte dei 47 destinati ad “altri interventi” ancora da precisare, oppure anche incrementando lo stanziamento totale annuo a 215. Ricordo che i CCF emettibili non possono, ovviamente, crescere all’infinito perché equivalgono a un’emissione di moneta e da un certo punto in poi diventano inflazionistici. Ma il “certo punto” è quanto occorre a recuperare la differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale dell’economia italiana. “Grazie” alle politiche di austerità, questa differenza sta continuando ad aumentare e quindi un accrescimento della quota CCF è non solo possibile ma anche opportuno.
Il recupero di competitività delle aziende private italiane, misurato in termini di costo del lavoro per unità di prodotto, rimarrebbe del 17-18% circa al Centro-Nord ma salirebbe a più del 30% dall’Abruzzo in giù.
In termini di recupero economico del Sud, un intervento del genere vale molto più di parecchi anni di Cassa del Mezzogiorno.
Il commento di Massimo Costa
Dire che l’Italia non è un’area valutaria ottimale è un tema oggi davvero coraggioso, ma – dal mio punto di vista – assolutamente vero. I “sovranisti” della lira, gli stessi che si lamentano quando i tedeschi dicono che gli italiani sono in difficoltà perché non vogliono far nulla, solo pizza e mandolini, magari sono gli stessi che dicono esattamente le stesse cose quando sentono parlare della questione meridionale: “ma che vogliono questi meridionali? E’ ora di finirla con questi aiuti al Mezzogiorno”, e così via.
Purtroppo, alimentato da un’informazione distorta, oggi credo che il sentire comune in Italia, nell’Italia vera e propria, dal Lazio alle Alpi (Abruzzo escluso), sia proprio questo. Se c’è qualcuno che vuole “dividere” il paese non è da Sud che vuole farlo (tranne sparuti gruppi nelle due principali isole, per un’antica e mai sopita tradizione), ma da Nord.
Non c’è più una “Questione Meridionale”. C’è una “Questione Settentrionale”. Per questo, ricordare che la lira è simile (non uguale, certo) all’euro nei suoi effetti distorsivi a discapito del Mezzogiorno oggi è un argomento temerario: quasi come dire ai tedeschi che una buona parte dei problemi della Grecia di oggi è da cercare più a Francoforte che ad Atene. Come minimo si rischia il linciaggio.
Naturalmente l’Italia ha le sue responsabilità, e così pure il Sud, la Sicilia e la Sardegna. Ci mancherebbe, E soprattutto le sue classi dirigenti (vedi la vicenda Cuffaro). Ma non è col moralismo che se ne esce, ma con le crude leggi dell’economia.
Una delle quali è quella che se tieni due paesi diversi (nel senso di diverse OCA) sotto lo stesso ombrello monetario, in assenza di una buona divisione del lavoro o di pesanti (e inutili nel lungo termine) trasferimenti finanziari compensativi, alla fine il più debole è distrutto dal più forte e non si giunge mai all’equilibrio ma ci si avvita in un declino senza fine.
Tecnicamente le soluzioni sono teoricamente tre:
1) la separazione monetaria, che poi implica la separazione politica, magari a tempo, con una valuta propria, anche solo per le transazioni interne, fino a che non sia recuperato il gap di competitività;
2) l’uso della “moneta fiscale”, o attraverso una mirata politica di investimenti con la moneta fiscale nazionale, o per mezzo delle monete fiscali regionali;
3) trasferimenti fiscali massicci, oggi impensabili, ma che – almeno in parte, nei decenni centrali del XX secolo ottennero qualche effetto, naturalmente non duraturo.
Sono pienamente convinto che, qualunque “costo” comportino questi strumenti per l’Italia, il beneficio complessivo, anche del Nord, da una soluzione della Questione Meridionale sarebbe tale che una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe almeno tentarlo.
E sono convinto che la terza strada non spunta. Quelle vere sono solo le prime due, di cui la seconda nel breve termine certamente più praticabile. E del resto la stessa soluzione va studiata per i paesi latino-mediterranei nei confronti dell’euro per evitare una rottura traumatica dagli effetti a breve non prevedibili.
E, trattati o no, quando è in gioco la sopravvivenza di una comunità certe scelte si prendono e basta. Naturalmente, spalle al muro, se la seconda è inibita con la forza, resta solo la prima strada, per quanto difficile. O la lenta agonia alla greca o alla Siciliana: non avete idea del collasso socio-economico che sta vivendo la Sicilia in questi mesi. Sui TG non arriva, ma da noi la crisi del 2007 non si è mai interrotta e già siamo a più del 20 % di perdita di PIL in 8 anni.
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