DI RITA A. CUGOLA
rita a. cugola
Lacrime di sangue. Ogni anno numerose esponenti del sesso femminile sono costrette a sopportare sofferenze  inimmaginabili in ottemperanza  a una tradizione antichissima, risalente addirittura all’epoca faraonica (al-khitān al-firaʿūnī) e pervasa di barbarie e raccapriccio. Un incubo a cui è estremamente arduo sfuggire che esula da qualsiasi richiamo religioso specifico.
Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico: sarebbero circa 200 milioni (44  sotto i 14 anni), sparse in 30 paesi, le donne  forzatamente sottoposte alla menomazione genitale, rituale disumano passibile di condizionare irreparabilmente ogni singolo istante della vita futura.
Cifre che in assenza di adeguati interventi dissuasivi da parte degli organismi internazionali sembrano destinate ad aumentare in modo esponenziale nei prossimi anni. Del resto l’Unicef non ha dubbi: entro il 2030 altri 86 milioni di infelici potrebbero ritrovarsi annoverate nel triste elenco della sventura. Condannate all’annientamento fisico e psicologico, al dolore perenne, alla negazione della propria stessa essenza.
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Le mutilazioni femminili (Fgm) infatti non perdonano. Lasciano tracce indelebili sul corpo e nell’anima di quelle innocenti dallo sguardo atterrito che si apprestano ad affrontare un evento traumatico il cui ricordo le accompagnerà per sempre. Ragazzine tra i cinque e i quindici anni (è il caso dell’ Egitto), ma anche bimbette in tenera età (Mali e Mauritania), se non addirittura neonate (Yemen).  Esseri spauriti accomunati dalla medesima, tacita subordinazione ai sadici dettami del predominio patriarcale, frutto avariato di un inganno millenario.
Mutano dunque i contesti socio-culturali, ma le strumentazioni utilizzate per ultimare lo scempio restano purtroppo pressoché invariate. Coltelli rudimentali, lame di rasoio spesso arrugginite, pezzi di vetri rotti o forbici per incidere la carne; grosse spine e fili improvvisati per cucire le ferite.
Nessun tipo di anestesia, igiene o sterilizzazione, con conseguenze devastanti sul piano patologico: non è raro infatti incorrere in  emorragie, disfunzioni sessuali, ritenzione idrica, sepsi o tetano, qualora non subentri addirittura la morte. Un orrore che varca il  limite dell’immaginazione.
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Diverse invece le dinamiche operative. Se in alcuni territori è adottata la pratica della semplice escissione clitoridea talvolta congiunta al taglio delle piccole labbra, altrove (prevalentemente in Africa) viene  privilegiata la temutissima infibulazione (termine ascrivibile al latino fibula, spilla), che contempla l’asportazione totale dei genitali femminili esterni  e la successiva sutura integrale (a esclusione di un minuscolo orifizio, in virtù delle elementari necessità fisiologiche) di ciò che resta delle grandi labbra.
Una  cicatrice tremenda che non potrà  mai rimarginare definitivamente. Dovrà essere riaperta (e quindi richiusa) in concomitanza delle tappe di un percorso vitale irto di ostacoli. Per consentire i rapporti fisici (rigorosamente post matrimoniali) innanzitutto, ma anche in occasione di ciascun parto. Eros e Thanàtos: un binomio divenuto ormai imperativo categorico per quelle sventurate.
infibulazione-su-bambine
Le donne che non hanno ancora subito mutilazioni sono considerate impure e quindi vengono emarginate dalla collettività“, è la testimonianza offerta dalla gambiana Jaha Dunkureh, infibulata quasi subito dopo la nascita. “Talvolta non possono nemmeno soggiornare nella stessa stanza delle altre e questa è discriminazione. Non credo che sia funzionale alla salvaguardia della verginità. Io posso solo ammettere di sentirmi incompleta: mi hanno sottratto qualcosa“.
Sostanzialmente, le Fgm tendono a cancellare ogni forma di identità femminile. D’altro canto, l’atto sessuale è prerogativa strettamente maschile: l”uomo ne detiene il controllo, vantandone al contempo beneficio esclusivo. Per contro, alla donna non viene riconosciuto alcun diritto al piacere, dal momento che l’unico scopo della sua inutile, vuota esistenza verte sulla degna discendenza da assicurare a un marito-padrone.
My Joburg home. Still in process of cleaning up.
Non sorprende dunque che simili argomentazioni misogine e sessiste abbiano sedotto persino gli oligarchi califfali,  tristemente assurti al rango di protagonisti della ribalta mondiale in seguito alla proclamazione del Califfato.  “Per proteggere lo Stato Islamico in Iraq  nel Levante; nel timore che il peccato e il vizio si propaghino tra gli uomini e le donne della  società islamica, il nostro signore e principe dei fedeli Abu Bakr al-Baghdadi ha deciso che in tutte le regioni del regno le donne debbano essere cucite“, recita un editto emanato il 21 luglio 2014 
Le nuove generazioni  stanno tuttavia combattendo con determinazione per sradicare definitivamente una simile ritualità dal tessuto connettivo delle rispettive aree di appartenenza. Fortunatamente, molti passi sono già stati compiuti in tal senso, tanto che sempre meno madri paiono ora intenzionate  a perpetuare una consuetudine arcaica e obsoleta  la cui emergenza – complice il multiculturalismo dettato dal fenomeno immigratorio  – sta gradualmente avvolgendo anche la sfera occidentale del pianeta,  fucina di problematiche fino a qualche tempo fa inedite.

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