di Pippo Gallelli
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Il vento del maggio francese che soffiava anche sull’Italia, il calcio in bianco nero, una semifinale vinta con una monetina benevola, qualcuno dice grazie all’intervento divino di San Gennaro, e una doppia finale. Si parla forse troppo poco di quell’europeo del 68 giocato in Italia e vinto proprio dagli Azzurri. Un’impresa vincente che non ha mai  assunto, per quella strana chimica che alimenta l’immaginario popolare, gli stessi contorni del mito di quella, non vincente, di Mexico 70. Eppure in quelle notti italiane di giugno c’erano tutti gli ingredienti e molti degli stessi eroi del Messico e di quel calcio in bianco e nero di cui Gianni Brera fu cantore, supremo e insuperato. Un altro europeo, rispetto ad oggi, e non solo per il bianco e nero in tv. Il torneo era organizzato, nella fase qualificatoria, in 8 gruppi con le prime qualificate ad affrontarsi nei quarti di finale. Le quattro vincenti avrebbero partecipato alla fase finale. L’UEFA scelse l’Italia come nazione dove disputare la fase finale, che si svolse dal 5 al 10 giugno. Gli azzurri ai quarti avevano regolato la Bulgaria vincendo la gara di ritorno 2 a 0,  dopo essere stati sconfitti di misura a Sofia per 3 a 2. Condottiero di quella selezione azzurra era Ferruccio Valcareggi, colui che aveva l’ingrato compito di ricostruire una squadra che aveva letteralmente perso la faccia in Corea, umiliata dal dentista Pak Doo Ik. A “Zio Uccio”, come lo chiamavano  il materiale umano non mancava,  tra i convocati quelli che poi saranno considerati veri e propri miti del calcio italico: Mazzola, Rivera, Facchetti, Riva, Zoff, Prati ed altri eroi di cui sentiremo parlare due anni più tardi, nella leggendaria spedizione mondiale messicana, quella di Italia – Germania 4-3. Altrettanto avvolta nella mitologia pedatoria azzurra è la semifinale che gli azzurri dovettero affrontare contro l’URSS a Napoli il 5 di giugno: per tutti la partita della monetina. Il grande Lev Jascin, forse il più forte portiere di tutti i tempi, aveva lasciato la nazionale da un anno ma gli azzurri di Valcaregghi si scontrarono lo stesso contro il “muro” sovietico. Una vera e propria ragnatela difensiva che imbrigliò in maniera mortifera gli azzurri, volenterosi ma appannati, che colpirono solo un palo con Domenghini e pur sospinti dal calore del pubblico napoletano non riuscirono a passare. I tempi regolamentari e poi i supplementari finirono 0-0. All’epoca non vi era lotteria dei rigori. Come si faceva, allora,  a decidere chi doveva andare in finale? Con il più antico dei metodo:  una monetina, come nelle sfide parrocchiali o nelle partite scapoli- ammogliati, quando non si ha più la forza di giocare e ci deve essere per forza un vincitore. Il  lancio di una cento lire ( visto che eravamo in Italia) avrebbe stabilito chi poteva giocasi la vittoria di quegli Europei. E qui nasce la credenza dell’intervento divino di San Gennaro ( Qualche maligno, più laicamente, parlò di una moneta con due facce uguali a vantaggio dei padroni di casa). La scena doveva essere surreale al San Paolo. Accompagnati dal silenzio teso del pubblico napoletano, che attendeva che il fato operasse la sua scelta, i due capitani scesero nello spogliatoio in compagnia dell’arbitro Tschenscher. Facchetti scelse testa e Scesternev, il capitano sovietico, croce. Raccontò Facchetti: «C’era da non crederci, la monetina si fissò in una fessura del pavimento e l’arbitro stesso la estrasse e subito la rilanciò. Questa volta cadde di piatto e così rimase e io in un lampo vidi ch’era testa e feci un balzo dirigendomi verso il sottopasso che dava sul campo. I miei compagni capirono dal mio atteggiamento che avevano vinto e così uscimmo sul prato a braccia alzate e la gente di Napoli impazziva».
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Caso, o mano benevola del Santo Patrono di Napoli nella strana carambola della monetina, l’Italia era in finale e ad attenderla c’era la Jugoslavia che nell’altra semifinale batté gli inglesi Campioni del Mondo e di un deludente Bobby Charlton. Era davvero tosta e talentuosa quella Jugoslavia, allenata da Mitic, con il temibile Dzaijc sempre pronto a colpire come aveva fatto contro i britannici. E Dzaijc, in effetti, colpirà, al 38° della finale dell’Olimpico, gelando il tifo azzurro. E’ un’Italia poco fantasiosa e tesa quella che gioca la partita decisiva: non c’è Rivera infortunato, sostituito da Lodetti e Valcareggi ha preferito Anastasi a Mazzola. Gli slavi giocano meglio, dominano e nel finale gigioneggiano pensando di portare facilmente a casa la coppa contro un’Italia confusa e senza idee. Ma l’inesauribile tenacia calcistica italiana punisce la superbia jugoslava, e all’80° Domenghini pareggia su punizione e resuscita le speranze azzurre. L’1-1 si manterrà anche ai supplementari e per decidere chi vincerà gli Europei 68 niente monetina, la finale si dovrà ripetere. Di nuovo in scena all’Olimpico, lunedì 10 giugno, per l’epilogo finale, la nazionale italiana si presenta rivoluzionata. La brutta partita contro la Jugoslavia fa tirare dal cilindro, a Valcareggi, ben cinque inserimenti: Riva, Salvadore, Rosato, De Sisti e Mazzola. “Zio Uccio” le aveva davvero azzeccate tutte perché davvero è tutta un’altra Italia, bella e dalla manovra avvolgente, quella che affronta la finale bis. Ci pensa “Rombo di tuono” Gigi Riva a sbloccarla al 12°. Con un magnifico gol al volo “Petruzzo” Anastasi al 31°  fissa il risultato sul 2 a 0 e così  Giacinto Facchetti alzò la Coppa nel tripudio dell’Olimpico e dell’Italia tutta. Con le unghie e con i denti gli azzurri trionfarono e vinsero quell’Europeo. Dopo due anni per gli azzurri sarà “Messico e nuvole” ma quella è un’altra storia, bella da raccontare ancora oggi.
foto di Pippo Gallelli.
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