DI GIULIO CAVALLI
giulio cavalli
Sarebbe stato facile come un goal a porta vuota. Dicevano che Beppe Sala avrebbe vinto a mani basse contro un centrodestra che sembrava incapace anche solo di sperare in una ricomposizione: se chiudete gli occhi e pensate a 100 giorni fa Milano, tra tutte le città al voto, era la più sicura per Renzi e i suoi e Beppe Sala poteva partecipare alle primarie con l’andamento di chi ci fa il favore di essersi candidato con noi.
Non aveva tutti i torti del resto: se Expo ha lasciato a Parigi la Torre Eiffel qui da noi ci ha fatto da rincorsa per la campagna elettorale dell’uomo del “fare” che avrebbe dovuto sintetizzare perfettamente il credo renziano di chi non ha bisogno né di destra né di sinistra ma solo di successo, vittoria e molto onore. E c’è da dire che BeppeSala (scritto tutto attaccato come vogliono i suoi comunicatori per renderlo social) forse oggi è davvero la fotografia perfetta del PD: con il fiatone corto di chi sente dietro la rimonta degli avversari, la pacioneria di chi simula di aver vinto perché non ha altre maschere nel mazzo e la sfacciataggine di mentire per salvarsi. Renzi dice che queste elezioni non sono un test per il governo e intanto Beppe Sala dice che è un ottimo risultato per vincere al ballottaggio. Mancherebbe solo Formigoni nella parte dell’umile e poi sarebbe il quadretto perfetto.
A Milano il PD perde metà dei voti ma soprattutto a Milano succede quello che abbiamo cercato di scrivere e raccontare da qualche mese: la connessione sentimentale tra la città e l’esperienza di governo della città si è rotta e poco e niente di quel miracolo arancione del 2011 è rimasto in piedi. Nonostante le finte liste di sinistra (quelli che manifestavano contro l’Expo che hanno provato a sedersi come ciabatta sinistra di mister Expo), nonostante la retorica del manager supersonico turbospinto (che ha faticato a fare le somme del fine Expo, tra l’altro), nonostante un candidato grillino che ha reso tutto molto più semplice, nonostante Parisi che ha deciso di non prestare la groppa alle salivate di Salvini e nonostante un amplissimo spettro di poteri coinvolti (che sono rimasti però frammentati) il PD (e Sala) incassano uno schiaffo che sarebbe troppo pericoloso sottovalutare.
«Siamo il primo partito di Milano», dicono i dirigenti del PD faticando a mantenere il sorriso d’ordinanza. Ma Forza Italia è il secondo partito per risultato e questo la dice lunga. Il fatto è che forse gli elettori di centrodestra hanno pensato che piuttosto che votare un finto centrosinistra sarebbe stato meglio trovare un candidato potabile ed è bastato un Stefano Parisi (Parisi, eh, mica Tony Blair) per riportarli a casa. Così il PD berlusconeggiante nel lisciare i poteri forti alla fine rischia di ritrovarsi con il cerino in mano nella scomoda posizione di chi ha troppe responsabilità e pochi voti. Sala vincerà forse (anche se dall’interno del Movimento 5 Stelle milanese assicurano che ben pochi dei loro voteranno per lui) ma il messaggio che arriva dalle urne ha bisogno di essere decifrato il prima possibile: a Milano ci vuole cuore e contenuto per vincere, le promesse e la narrazione non bastano.
A Milano il calcio di rigore ha sbattuto sul palo. Ora tocca correre a riprendersi il pallone.
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