DI ALESSANDRO GILIOLI
alessandro gilioli
A Roma, tre anni fa, Ignazio Marino prese 512 mila voti, al primo turno. Di questi – secondo l’analisi dei flussi fatta da Swg – il 35 per cento è passato a Virginia Raggi.
Sala a Milano ha lasciato per strada un terzo dei voti che nel 2011 andarono a Pisapia, finiti quasi tutti al M5S e all’astensione.
Sempre a Roma, nella fascia di elettori tra i 18 e i 24 anni Virginia Raggi ha avuto un consenso bulgaro (45 per cento al lordo degli astensionisti, quindi maggioranza assoluta tra chi è andato a votare); Giachetti, per contro è al 9 per cento tra gli under 25 e ha la sua area di consenso più alta tra gli over 64 (il 18 per cento, sempre al lordo del non voto), fascia d’età in cui batte tutti.
Nella capitale a questo giro gli astensionisti sono stati il 42 per cento; ma nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, questo dato si dimezza (21 per cento). L’astensionismo quindi non è un dato ontologico e irreversibile: i giovani votano più degli altri se c’è un proposta che li interessa. Qualcosa di simile, del resto, sta accadendo con Bernie Sanders negli Stati Uniti ed è già accaduto con Podemos in Spagna.
A proposito di Podemos e Sanders: tutti questi dati (spostamento da Marino a Raggi e successo del M5S tra gli under 25) possono essere messi in relazione con gli esiti pessimi delle varie candidature della cosiddetta sinistra radicale, a Roma e non solo.
Nella capitale Stefano Fassina ha preso, con le sue due liste, il 4,5 per cento, contro l’8,4 ottenuto due anni fa da Sel (6,2) più le liste di sinistra in appoggio a Sandro Medici (2,2). Anche alle europee, due anni fa, la lista Tsipras in città ottenne il 6,2. Quest’anno, ripeto, quest’area ha preso il 4,5. A cui se volete potete aggiungere lo 0,7 preso dal minuscolo Partito comunista di Mustillo, ma non cambia molto. Sempre nicchia è, e in restringimento.
A Torino domenica scorsa Giorgio Airaudo ha preso il 3,7 per cento, mentre nel 2011 Sel e Rifondazione assommati facevano il 6,5. Stessa percentuale, 6,5, presa  nel capoluogo piemontese dalla lista Tsipras due anni fa.
Uguale il risultato del buon Basilio Rizzo a Milano, 3,6 per cento. Nel capoluogo lombardo, nel 2011, Sel più Rifondazione fecero un totale del 7,2 per cento, quindi il doppio; due anni fa la lista Tsipras prese il 6,5. Di nuovo: sempre più nicchia e sempre più ristretta.
È andato un po’ meglio a Bologna il candidato sindaco della sinistra radicale Federico Martelloni, con il suo 7 per cento. Tuttavia nella stessa città Sel prese, nel 2011, il 10,2. E due anni fa la lista Tsipras l’8,9.
Tra le maggiori città resta fuori da questo discorso solo Napoli, dove De Magistris incarna quello che nel resto d’Italia è il M5S. E infatti secondo Swg ha incamerato il 20 per cento dei voti del Pd e il 40 per cento dei voti del M5S rispetto alle regionali di pochi mesi fa.
Questi dati, messi tutti insieme, ci raccontano un interessante paradosso.
E cioè che il Pd perde quando vira al centro o addirittura a destra; ma i voti che il Pd perde spostandosi verso il centrodestra non vanno quasi mai alla sua sinistra, bensì ai Cinque Stelle.
In altre parole: il vecchio teorema secondo il quale “il Pd vince guardando al centro” è una sciocchezza – o quanto meno non vale più. I voti di sinistra se ne vanno senza che se ne aggiungano altrettanti di centro e di destra.
Tuttavia, è infondata anche la conseguenza in apparenza più intuitiva: cioè che essendo di sinistra, quei consensi persi dal Pd vadano alle forze che stanno alla sinistra del Pd. Vanno, invece, o al M5S o (in misura minore) all’astensione.
Questo fenomeno è particolarmente evidente nella fascia sotto i 25-30 anni. Mentre in Inghilterra i giovani delusi dal blairismo votano Corbyn, mentre negli Stati Uniti i ragazzi di Occupy Wall Street scelgono Sanders, mentre in Spagna il movimento degli Indignados ha generato Podemos, da noi il voto contro la ex sinistra diventata di centro va al M5S.
Perché questo accade, beh, è tema che meriterebbe ben più di un altro post.
Alcune motivazioni sono storiche: per anni in Italia la cosiddetta sinistra radicale è rimasta ambiguamente limitrofa al Pd e alle poltrone che questa alleanza garantiva. E questo si paga, in termini di reputazione. Chi ha rotto subito (come de Magistris) non subisce questo destino, anzi strappa voti al M5S.
Altre cause hanno invece a che fare con il presente: a tutt’oggi, con poche eccezioni, nell’area della sinistra radicale si parlano linguaggi, si implementano pratiche e si venerano simbologie che somigliano più agli Anni Settanta che a Podemos o a Occupy Wall Street.
Questo è, questo accade.
E se accade, i miei amici del Pd possono pure passare le prossime due settimane come i due ultimi mesi, cioè a spiegarci che Raggi “è di destra” perché ha lavorato da Previti o perché abita a Roma Nord: resta che i voti di sinistra passano dal Pd al M5s, essendo il Pd diventato di centro ed essendo la sinistra radicale quella che è.
E i voti passati dal Pd al M5S sono 180 mila, qui a Roma.
E costituiscono uno dei motivi (non l’unico, ma non l’ultimo) per cui fra due settimane avremo un sindaco del M5S e non più del Pd.
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