DI LOREDANA LIPPERINI

loredana lipperini

Molti anni fa, quando il mondo era giovane e comunque lo ero io, sull’onda dei movimenti femministi prendeva piede quello che oggi è un noto rovesciamento.
Anno 1976. Ehi, c’è un convegno sui giovani, chi mandiamo a rappresentare i radicali? Lipperini. E’ giovane, ed è donna.
Anno 1979. Ehi, c’è una trasmissione a Radio2 che prevede conduttori giovani e conduttori anziani. Ci serve una donna (quella donna ero io).
La questione è vecchia, la questione è nota. E, messa così, rischia di dar ragione a quelli e quelle che dicono, e a volte strillano, che le quote rosa sono inutili e i femminismi pure.
E’ un problema aggirabile, però. Perché quando si parla di donne, in politica come in letteratura, la questione non è: devi scegliermi/eleggermi/invitarmi a un festival/premiarmi perché sono donna. Devi farloperché sono una donna che ha un merito e tu, caro mio o cara mia, quel merito non lo vedi perché sono donna, quel libro non lo leggi perché sono una donna, o mi reputi politicamente inaffidabile perché sono una donna, e via andare.
Detto questo, il rischio di vent’anni fa è sempre in agguato. Non devi scegliermi solo perché sono una donna, non devi far leva sulla mia genialità solo perché sono una donna. E, viceversa, ho il diritto di criticare una donna, da femminista, se scrive qualcosa che non ritengo valido o se fa una politica in cui non mi riconosco.
In altre parole. Non mi unisco al coro di chi loda le probabili future sindache in quanto donne e giovani. Le loderò, nel caso, quando ascolterò i loro programmi in tema di:
welfare e diritti (già, quella roba bruttissima che però ha permesso di essere società: e che dovrebbe permettere alle donne di non dover scegliere fra figli e lavoro, e che ancora e nonostante tutto non tutela fino in fondo le persone LGBTI)
scuola e cultura (già, quella roba che ha permesso a tanti di noi, figli di proletari, di andare avanti, di sapere, di capire, e quella roba che sola può fare la differenza, perché in un paese che disprezza i saperi, i saperi sono ancora quelli che ci permettono di essere civili, e persino di essere una comunità)
migranti (già, il grande tema su cui aspetto sulla riva del fiume: cosa si dirà su questo punto? Si scambierà la voglia di “sicurezza” con il diritto alla vita, all’accoglienza, all’umanità, in una poverissima e sola parola?).
Ogni tanto mi viene da ripetere che i femminismi sono politici, e di classe, o non sono. Aggiungo che non sono neppure un pranzo di gala e che nessuna cosa è semplice come si vuol far sembrare: anche se, a ben vedere, tutto è semplicissimo. Basta dirselo. Basta parlarne. Ma parlarne bene.

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