DI STEFANIA DE MICHELE
stefania de michele
Lacrime e sangue va bene, è nelle prerogative del Leviatano imporre sacrifici per il bene comune. Quello che lo Stato hobbesiano contemporaneo non può però fare è ridurre le risorse al lumicino, svuotare le autonomie locali del loro ruolo, decidere i tagli senza coinvolgere le amministrazioni nella fase di distribuzione del ‘minus’. E invece tutto questo è stato deciso e deliberato, quando al Governo sedeva Mario Monti, il presidente del Consiglio che più di ogni altro ha esposto i suoi provvedimenti, al limite della legittimità, ai veti della Consulta. Dopo aver cassato a suo tempo lo stop alla rivalutazione delle pensioni – misura che aveva commosso oltre misura, sino a ridurla al pianto, l’allora ministro Fornero – la Corte Costituzionale boccia adesso la spending review sui Comuni: 2,2 miliardi di minori trasferimenti, decisi unilateralmente e senza il coinvolgimento della Conferenza Stato – Città. Un provvedimento autocratico, paracadutato dall’alto nel luglio del 2012, e che – secondo la stessa Consulta – mina l’attività degli enti locali.
Nessun dubbio – scrivono i giudici costituzionali – che le politiche statali di riduzione delle spese pubbliche possano incidere anche sull’autonomia finanziaria degli enti territoriali; tuttavia, tale incidenza deve in linea di massima essere mitigata attraverso la garanzia del loro coinvolgimento nella fase di distribuzione del sacrificio e non può essere tale da rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni degli enti in questione”. Non si tratta di una discussione sul merito, che non è appannaggio dei magistrati della Consulta. Al centro della controffensiva ci sono il metodo e il mancato rispetto delle regole. Nel decreto, su cui è stato posto il veto, emergono altre irregolarità, palesi anche al buon senso: il mancato termine per l’adozione del provvedimento ministeriale (perché per salassare le risorse di centri decisionali alternativi, quelli più vicini ai cittadini, lo Stato Leviatano d’antan non deve avere limiti) e la scelta di quantificare i tagli in base ai costi intermedi delle amministrazioni.
Si tratta – scrive la Consulta – di un criterio che si presta a far gravare i sacrifici economici in misura maggiore sulle amministrazioni che erogano più servizi, a prescindere dalla loro virtuosità nell’impiego delle risorse finanziarie”. La Corte argomenta ancora: “Il criterio delle spese per consumi intermedi non è dunque illegittimo in sé e per sé, ma la sua illegittimità deriva dall’essere parametro utilizzato in via principale anziché in via sussidiaria”. Risultato: tre articoli della Magna Charta – 3, 97 e 119 – calpestati in maniera arrogante dal dispositivo ministeriale oggi dichiarato incostituzionale. L’unico amaro sorriso, appena da abbozzare, è alimentato dall’incredibile insipienza dei tecnici, capitanati da Mario Monti, che la Costituzione o non la conoscono o – se la conoscono – delle regole costituzionali più di altri se ne sono fregati. Il buco lasciato dallo stop alla rivalutazione delle pensioni è stato di circa di 5 miliardi. Adesso si rifanno i conti anche per i Comuni. E’ il costo a cui ci sottopone la proterva, e chissà se dolosa, incompetenza dei tecnici montiani al Governo.
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