DI PAOLO DI MIZIO

PAOLO DI MIZIO
Tra poche ore, con i risultati delle primarie del New Jersey e soprattutto coi risultati delle primarie in California, lo stato più popoloso e più ricco di delegati, sapremo se Hillary Clinton sarà ufficialmente la prima donna candidata alla casa Bianca nella storia degli Stati Uniti d’America. È molto probabile che questo avvenga, dato il suo vantaggio attuale nel numero di delegati su Bernie Sanders, il tenace rivale democratico che ha osato definirsi “socialista” (termine poi corretto in “socialdemocratico”) in un’America dove fino a poco tempo fa la parola socialismo era puro anatema. Prima di lui aveva osato tanto solo il “socialista liberal” Michael Dukakis, anche lui democratico, che infatti anche per questo perse malamente la corsa presidenziale contro George Bush padre nel 1998.

Comunque vada a finire nelle prossime ore la selezione delle primarie democratiche, il fenomeno sociale che questa campagna elettorale ha clamorosamente portato alla luce è l’ampiezza e la profondità del sentimento di rivolta contro l’establishment, contro la “casta” diremmo noi, ovvero contro una classe politica ormai da tempo completamente prona alla volontà dei poteri forti, dei grandi centri finanziari ed economici, delle grandi banche d’affari e delle multinazionali con interessi sparsi su tutto il globo.

Sia Sanders a sinistra sia Trump a destra, rappresentano i candidati del cambiamento, i portabandiera della rivolta. Entrambi, contro ogni previsione, hanno raccolto una messe di voti che nessun sondaggio, nessun analista politico aveva minimamente pronosticato. Ai loro comizi si sono adunate folle di sostenitori quasi senza precedenti per numero di persone e per entusiasmo.

Entrambi rappresentano appunto una reazione della “gente qualunque” allo strapotere del sistema potico-economico-finanziario. Uno strapotere iniziato con Ronald Reagan negli anni ’80, continuato con i due Bush, padre e figlio, e non interrotto neppure dai presidenti democratici (il duplice mandato presidenziale di Bill Clinton e il duplice mandato di Obama). Ne sia testimone il fatto che oggi in America i super ricchi pagano tasse inferiori, per aliquota, a dieci o venti anni fa e soprattutto inferiori a tutti i “normali” cittadini. Sanders ha dato una definizione tagliente, affermando: “Un tipico repubblicano è un super milionario che paga l’11 per cento di tasse sui suoi guadagni e non trova scandaloso che la sua segretaria paghi il 37 per cento di tasse sul suo stipendio”.

Una realtà – quella dell’imposizione fiscale che avvantaggia i ricchi a discapito della media borghesia e dei poveri – che spiega chiaramente la rivolta in atto nell’elettorato americano. Spiega come e perché l’establishment di cui la Clinton è una perfetta esponente sia percepito da molti americani come un nemico del popolo. Peggio: come un governo ombra, portatore di un progetto di dominio globale definito Nuovo Ordine Mondiale.

È questo che spaventa gli elettori più consapevoli (e talvolta istintivamente anche quelli meno consapevoli) e li indirizza verso Sanders e Trump. Lo stesso Trump, infatti, è stato a lungo osteggiato dai vertici del suo partito proprio perché ritenuto un corpo estraneo al sistema, un indipendente, un outsider, un eterodosso che rompe con tutti i dogmi dell’ortodossia e che non ha prestato segni di sottomissione ai potentati fianziario-politici. E proprio per questo, nonostante l’ostracismo del suo partito, Trump ha finito col travolgere tutti gli altri candidati repubblicani con una valanga di voti.

Non a caso gli ultimi sondaggi d’opinione da qualche settimana hanno fornito una previsione shock: se lo scontro finale per la Casa Bianca dovesse essere tra Clinton e Trump, i pronostici li vedono alla pari, anzi con un lieve vantaggio di Trump sulla Clinton, un risultato questo che era ritenuto impossibile fino a qualche tempo fa. Mentre, secondo gli stessi sondaggi, se lo scontro finale fosse tra Trump e Sanders, quest’ultimo risulterebbe vincitore con un largo margine, perché su di lui – ritenuto più presentabile, più affidabile dello stravagante miliardario newyorkese – convergerebbero i voti non solo dei democratici ma anche di un’ampio numero di americani che normalmente non votano o che non hanno partecipato alle primarie perché del tutto ostili al sistema dei partiti tradizionali.

Ma è troppo presto, mentre andiamo in stampa con queste note, per fare pronostici a lunga distanza. Le elezioni per il presidente si terranno il 4 novembre, tra cinque mesi, un’eternità. Nelle prossime ore, intanto, potremmo già sapere chi saranno i protagonisti di quel duello finale. La democratica Clinton e il repubblicano Trump? Quest’ultimo è scontato: tutti i suoi rivali si sono ritirati da tempo. In campo democratico, invece, nulla è ancora scontato. La Clinton ha un grande vantaggio numerico. Ma se Sanders vincesse in California, le prospettive della convention democratica di luglio dovranno essere riviste da cima a fondo, con esiti assolutamente incerti.

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