DI CRISTINA GIUFFRIDA
CRISTINA GIUFFRIDA
E’ troppo presto, ancora, per dichiarare eternamente morta la sinistra in Italia.
E’ vero, l’unico partito che poteva riportare in auge la perduta ideologia parlamentare/governativa di sinistra, ha preso pochissimi voti.
Fassina sperava, come tutti d’altronde, che il voto di protesta potesse tornare “a casa” ma si sa, il m5s raccoglie come e più del PD da ogni parte.
Detto questo è auspicabile che non si commetta l’errore fatto nelle ultime elezioni, quando di fronte ai risultati scadenti si è buttato nella spazzatura tutto il lavoro unitario che aveva accompagnato la campagna elettorale. Si abbia il coraggio questa volta di partire dal risultato ottenuto per rilanciare un lavoro unitario, non un partito unico, capace di creare le basi per un consenso più ampio.
Il populismo incalzante dei due partiti, in qualche modo attira ma non paga.
Il PD non è sinistra. Il m5s non è sinistra.
Attira, è vero, ma di tutto, ed è difficile ormai dire chi sono coloro che hanno votato PD e chi no.
Si sa che in totale, si riscontra un crollo di consensi per il Pd da Nord a Sud.
A Milano perde 25 mila voti, a Roma il disastro: il partito crolla dal 26 al 17% con -71mila voti assoluti.
A Napoli si passa dal 16 all’11% perdendo 28mila voti.
A Bologna i voti persi sono 12mila, mentre a Torino ben 32mila con il Pd che perde 5 punti percentuali (da 34,5 al 29,8%).
Cagliari invece, dimostra che il disegno di Bersani è ancora vincente nonostante i 5 mila voti persi.
Trieste passa dal 23% al 18,7%, la roccaforte Grosseto dal 28% al 19% e Carbonia dal 36 al 18%.
E qualcuno dice che non è una debacle.
La destra:
è evidente, per chi vuol vedere, che questo schieramento è all’anno zero, le elezioni di domenica hanno evidenziato una litigiosità e una competitività interna che non riesce a trovare un punto di equlibrio. Ma sarebbe un errore ridurre il tutto a uno scontro per la leadership. La mossa di Berlusconi di rompere la coalizione a Roma, nei fatti aiutando il candidato del Pd a raggiungere il ballottaggio, è comprensibile solo ricercando quello che a mio avviso è il vero motivo della crisi della destra italiana: ovvero il dover fare i conti con un competitor “fuori dalle regole”, ovvero Renzi.
Ormai risaputo che, la principale forza di quello che nel passato è stato il cardine del centrosinistra, oggi al governo, mette infatti in atto politiche di destra a tutto campo, dal taglio dei diritti nel mondo del lavoro, ai tagli alla sanità pubblica e all’attacco alla Costituzione.
La destra si trova quindi a fare a cazzotti con un problema grande come una casa: trovare la sua vocazione e le sue classi di riferimento.
Non reputo che sia un caso la vittoria della Raggi e della Meloni nella affamata e politicamente disertata periferia di Roma.
Non reputo un caso che la striscia elitaria della capitale, Parioli e centro storico, si sia riversata su Giachetti.
Si è rivoltato il mondo!
Il m5s è cresciuto a forza di errori commessi dalle forze di maggioranza.
E’ cresciuto in fatto di numeri ma temo che l’inettitudine sia rimasta la stessa.
Ad oggi nelle città che già governa il Movimento Cinque Stelle oltre che rivendicare una purezza, tutta da dimostrare, ha fatto poco per rappresentare un governo delle città diverso e innovativo. Con questo non si può sottovalutare il valore della legalità, che in tempi di corruzione e mafie al governo è sicuramente un valore significativo.
Roma, con tutto il rispetto per le altre città, non è per esempio Livorno dove comunque il Sindaco Nogarin, ha già creato malcontento generale ed intoppi giuridici.
Questa, alla fine, è la reazione all’azione.
Voto di protesta e talvolta anche di fiducia nei confronti della “rottura” perchè spesso sono PERCEPITI come l’unica forza in grado di scardinare questo ordine costituito.
Questa è una sfida che probabilmente determinerà la reale consistenza del M5S nel proporsi come forza di governo alternativa a Renzi.
Il pilota, come diceva Enzo Ferrari, si vede in pista con il cronometro in mano.
Per ora Renzi minimizza, ma è probabile che se fra quindici giorni il voto di domenica sarà confermato, si assisterà ad una velocizzazione verso la completa mutazione del Pd in “partito della nazione” capace di pescare voti con disinvoltura sia a destra che a sinistra.
Si vocifera già che a Napoli, per “ordine di scuderia”, ci si debba riversare su Lettieri, uomo del centro destra che ha già espresso i suoi “proponimenti” da sindaco anche in relazione alle unioni civili.
Se Renzi minimizza la SUA debacle, se Renzi si vendica con Napoli facendo commissariare il PD del capoluogo campano, se Renzi insiste e persiste sul referendum di ottobre inoltrando bugia su bugia in perfetto stile “goblessiano”, se Renzi schiva abilmente le analisi politiche del voto e della accertata debacle proseguendo sulla linea del nulla a fronte del vuoto, c’è Orfini che rompe gli schemi tuonando contro l’ex sindaco Marino.
Non è bastata l’opera dei pupi a suo danno, diamo ancora addosso ad un uomo pulito, onesto, bravo.
“La colpa è di Marino” tuona l’inutile Orfini che non riesce a fare un’analisi del voto nemmeno sotto esame.
Nessuna analisi producente e produttiva, nessuna obiezione, nessuna strategia, ma una colpa.
Colpa di mafia capitale e di Marino; un’accusa ed un accostamento, peraltro, da non sottovalutare quando Roma è stata in parte pulita da Marino ed in parte coperta da esponenti del PD collegati a mafia capitale.
O forse, Orfini, intendeva dire che mancando adesso mafia capitale, sono mancati i voti?
Per mettere il dito nella piaga, per farmi del male e per rimarcare in rosso la linea di confine che intercorre tra la politica, l’onestà e Renzi (agli antipodi con ambedue le caratteristiche) voglio ricordare due signori che hanno preceduto il segretario/premier: D’Alema e Veltroni.
Correva l’anno 2000.
Presidente del consiglio era Massimo D’Alema.
In aprile il paese andò alle urne per le elezioni regionali: per il centrosinistra fu una batosta (simile a quella subita alle precedenti amministrative dal centrodestra di Berlusconi e Bossi).
D’Alema, dopo poche ore di riflessione, appena proclamati i risultati, salì al Quirinale (presidente Ciampi) e si dimise.
Poi si presentò al Senato, senza fare capriole dialettiche, senza nascondersi dietro la banale giustificazione del voto amministrativo e non politico per il Parlamento, ammise la sconfitta e riconobbe l’insufficienza dell’azione di governo: “Ancora una volta è la politica ad essere in ritardo nei confronti della società la cultura di chi governa, anzitutto, deve ricostruire una base ed un consenso sociali per la propria iniziativa”.
Fine dell’avventura governativa di D’Alema che, lasciando palazzo Chigi, si proclamava al servizio di quel centrosinistra che ha consentito all’Italia di salvarsi dopo anni difficili e bui.
Correva l’anno 2009.
Veltroni conferma le dimissioni da segretario del Partito Democratico a seguito della sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna.
Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto”
Oggi sono renziani coloro che piansero innanzi a tali decisioni.
Renzi non è sinistra ed l’ormai “suo” partito, è ben altra cosa.
Non mi aspetterei mai da parte sua parole ed atti di coraggio ed onestà come quelli appena ricordati.
Ma la sinistra langue e bisogna che si ricerchi la strada per una collocazione di classe. Questo è un aspetto irrinunciabile e se questo è vero non si può che ripartire da un certosino lavoro sul sociale a partire dal lavoro e dalla casa.
Facile a dirsi, lo so, ben più difficile da praticare.
Le sinistre hanno patito l’assenza di un vero e forte conflitto di classe, il solo capace di far nascere una classe dirigente nuova, riconosciuta e rappresentativa, oltre che forte.
Se la sinistra sta provando a rinascere, se tra la popolazione c’è ancora molta passione di sinistra, questo è il momento per ricominciare, per non spartirsi, per vincere coordinando anche la campagna referendaria per il NO sereno sereno, o incazzato incazzato.
Libertà di scelta su come votare NO!
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