DI GIULIO ALBANESE
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Due dogmi del pensiero liberista – ridotto ruolo dello Stato e azzeramento delle barriere ai movimenti di capitale – sono finiti sotto accusa da parte di tre economisti di primo piano del Fondo monetario internazionale. Gli autori dello studio – Neoliberalism: oversold? –sono Jonathan Ostry, vicedirettore del dipartimento ricerche del Fondo, Prakash Loungani, responsabile di divisione e l’economista Davide Furceri. Non è mia intenzione entrare nei dettagli di questa ricerca, ma indubbiamente si tratta di un ulteriore segnale di come alcuni aspetti del pensiero economico dominante dagli anni Ottanta in poi vengano ormai messi in discussione anche nelle organizzazioni che più li avevano difesi in passato. In altre parole, ciò che ieri era considerato dogmaticamente vero dai guru dell’economia, oggi viene smentito (o almeno messo in discussione). E dire che il mondo missionario e tanta società civile sono decenni che osteggiano il pensiero liberista ! A questo proposito, può aiutare a riflettere l’aneddoto della noce moscata e della grande mela. Ma andiamo per ordine.
Come insegna la storia dell’economia, i traffici mercantili hanno condizionato da sempre la vita dei popoli, provocando accese competizioni. Eppure, a volte, i calcoli fatti a tavolino per ottenere il controllo delle rotte commerciali, hanno evidenziato una decisa mancanza di lungimiranza. È il caso di Run, un isolotto del arcipelago di Banda, estremo gruppo meridionale delle Molucche, nel bel mezzo dell’Oceano, tra Sulawesi, Nuova Guinea, Filippine, Timor e Australia. Se proviamo oggi a dare un’occhiata alla carta geografica, noteremo che Run è situata nell’estrema periferia della moderna Indonesia, davvero una minuscola lingua di terra, lunga due miglia e larga una e mezza. In apparenza era e rimane insignificante all’occhio dell’osservatore sprovveduto, eppure, a cavallo tra il 16° e il 19° secolo, divenne l’oggetto di un contenzioso tra quelli che erano i due grandi colossi mercantili del tempo: la Compagnia britannica delle Indie orientali e la sua omologa olandese. A provocare la rivalità tra queste potenze coloniali – incredibile ma vero – una spezia, la noce moscata, resa preziosa dall’antica farmacopea, unitamente ad una sorta d’aura che avvolgeva il suo stesso mitico albero denominato “Myristica fragrans”.
Dall’aroma raffinato, dolce e piccante insieme, con un forte sapore di muschio, la noce moscata per secoli ha vantato notevoli proprietà terapeutiche: potente antisettico, era l’unico antidoto contro la peste, una pandemia che falcidiava ciclicamente la popolazione europea. Inoltre questa spezia aveva assunto un ruolo fondamentale nella conservazione delle carni ed era considerata afrodisiaca. Ma tornando al nostro isolotto, col trattato di Breda del 1667 (che, peraltro non pose definitivamente fine alla contesa), Run venne ceduta da Sua Maestà britannica agli olandesi in cambio di un altro isolotto assai distante, alla foce del grande fiume statunitense Hudson: Manhattan, nucleo dell’odierna Grande Mela. L’errore di valutazione commesso dagli inglesi stava nel fatto che proprio quando erano riusciti a farsi riconoscere il possesso dell’isola, la Myristica fragrans aveva iniziato a dare frutti a Ceylon. Dal canto loro, gli olandesi non furono più fortunati perché quando riuscirono finalmente a creare un blocco permanente alla penetrazione inglese nell’arcipelago indonesiano, le piantagioni che un tempo ricoprivano completamene Run erano state bruciate o sradicate del tutto. Bisogna però ammettere che nella corsa ai mari caldi e alle spezie, la dea bendata ha sempre sorpreso condizionando non poco l’epopea delle esplorazioni marittime. Basti pensare al vulcano Gunung Api che, chissà perché, aveva lo strano vezzo di eruttare ogni qualvolta una flotta olandese si avvicinasse alle Isole Banda e questo suo curioso comportamento, oltre ad alimentare la venerazione della popolazione autoctona, suscitava il vivo compiacimento dei coloni britannici.
Andando comunque al di là di questa contesa tra potenze marinare, in cui a pagare il prezzo più alto fu sempre e comunque la povera gente, rileggendo oggi le cronache del tempo, sovviene quasi istintivamente qualche dubbio sulla concezione stessa di progresso, attribuita dal pensiero moderno. Ecco perché con garbo e pacatezza Giles Milton commenta ne “L’isola della noce moscata” (Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2001) che dopotutto gli olandesi “non si scompongono quando spieghiamo il crudele colpo che la fortuna ha inferto loro, felici di trascorrere i loro giorni su questo atollo intatto e sconosciuto. Perché, anche se le lattiginose televisioni permettono di dare uno sguardo all’America, ti diranno che la vista dalle loro finestre è infinitamente più bella dello scintillante profilo di Manhattan”. A parte il cinismo della Storia, qualsiasi giudizio dipende dal significato che noi stessi attribuiamo al progresso umano. La Grande Mela, ospitando la borsa di Wall Street, sarà pure la capitale mondiale dell’alta finanza, ma non è tutto oro quello che luccica…
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