DI EMILIO RADICE

emilio radice

L’altro giorno la presidente della Camera, Laura Boldrini, intimava: “Uomini violenti rassegnatevi, non rinunceremo mai ai nostri diritti di libertà”. E oggi, dopo quello di Sara uccisa e bruciata dall’ex, registriamo altri due omicidi di donne, uno al nord, Pordenone, e uno al sud, Rosarno, quasi a dirci che il fenomeno non ha confini, nemmeno culturali. Dove si nasconde allora la radice della violenza? Dove colpire per estirparla? Tornerei un attimo alla fiera dichiarazione della Boldrini per analizzarla. “Uomini violenti” lei dice: ma le cronache di ogni episodio solo raramente ci danno la storia di uomini usualmente violenti; spesso, anzi, gli assassini delle loro ex mogli, ex fidanzate e purtroppo anche dei loro figli, erano conosciuti come persone miti e educate, timide spesso, introverse talvolta. Poi la Boldrini dice: “Rassegnatevi”. Ma non viene in mente che uno che ammazza e poi spesso (non sempre) si ammazza è già rassegnato? Certo, non nel modo in cui intende la presidente della Camera, ma di più: rassegnato a perdere tutto, la libertà e anche la vita. Forse allora non sarebbe da prendere in esame questa rassegnazione, metterla al microscopio e vedere cosa è? Poi la Boldrini dice: “Non rinunceremo mai ai nostri diritti di libertà”. Giusto, ma vallo a dire a uno che sta per ucciderti. Lui, in quel momento, non pensa tanto a eliminare la libertà di una donna, quanto a liberare se stesso dalla sua rabbia e dalla sua ossessione. E siamo al punto. Ho conosciuto diverse donne che sono state al centro di casi di stalking, a volte estremamente drammatici. Ne ho fatto anche un libro, nel 2007, sullo spunto del caso di Luciana Cristallo, ora mia cara amica. E credo – ripeto: credo – di avere capito almeno una cosa: ogni storia non è eguale all’altra, ogni storia ha una storia, ogni vicenda deve essere affrontata con i giusti strumenti e non tutti gli strumenti di difesa oggi disponibili sono adatti e sufficienti. La previsione di pena non basta. Occorre, a mio avviso, che non solo si formino dei magistrati specificamente preparati ad affrontare le tematiche dello stalking ma anche che abbiano strumenti coercitivi differenti e flessibili, oltre le manette e l’allontanamento coatto. Uno pronto a uccidere e morire ha bisogno di essere fermato, in qualche modo persino tutelato da se medesimo. Spesso è in preda a un delirio, è un depresso, è un folle ossessivo. Se servono le manette che sia ammanettato. E se serve una cura che sia curato. Per aver profilato questa ipotesi recentemente in un convegno sulla violenza venni attaccato da un gruppo di femministe dure e pure, al grido: “Oltre a pigliarci le botte mo’ dobbiamo anche curarli”. Fatto sta che alla Casa delle Donne di via della Lungara alcuni “ex” sono accolti a colloquio. Proprio per disarmarli. Parliamone.
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