DI RITA A. CUGOLA

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Pur tra polemiche, incertezze, delusioni, e speranze il sogno si è avverato. Sarà lei, sotto l’egida dell’Asinello, a contendere la più alta carica dello stato al tycoon repubblicano Donald Trump. Grazie ai consensi raccolti in California (un terzo dei voti), New Mexico, New Jersey e South Dakota, Hillary Clinton si appresta dunque a scrivere un capitolo inedito della storia statunitense: da quel lontano 4 luglio del 1776, anno in cui venne varato l’atto di nascita degli Stati Uniti da parte del Secondo Congresso continentale, nessuna donna aveva mai osato ambire alla candidatura presidenziale.

Ma ormai l’investitura è diventata ufficiale e la senatrice democratica può incominciare a contemplare orizzonti più ampi. “Abbiamo raggiunto un obbiettivo determinante“, ha esordito, “La mia nomination rappresenta una pietra miliare del nostro cammino e dobbiamo essere riconoscenti a tutti coloro che ci hanno preceduto“.

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Non è quindi azzardato affermare che a prescindere dai risultati definitivi dell’8 novembre avrà comunque contribuito a incentivare l’annosa lotta emancipatoria dell’universo femminile. Del resto appartiene a una generazione particolarmente sensibile  alle problematiche sociali evidenziate dal femminismo.

Paladina dei diritti civili e fautrice della parità di genere, si è sempre rivelata accesa sostenitrice delle potenzialità insite nell’altra metà del cielo. “Non esiste una sola regola che ci possa precludere il successo e la realizzazione“, amava ripetere in gioventù. “Ovviamente sarebbe più semplice se avessimo  disposizione un modello da confutare, com’è accaduto alle nostre madri, nonne, bisnonne. Però  non così non è. E questo, tra l’altro, non mi dispiace affatto“.

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Eppure vanta un’esperienza esistenziale non scevra da ostacoli. D’altro canto – ne è sempre stata cosciente – non ha mai posseduto il talento politico naturale dei due uomini  con cui ha dovuto inevitabilmente  confrontarsi sia in privato che in pubblico.

Il marito Bill innanzitutto, con cui dal 1993 al  2001  si era ritrovata a condividere la Casa Bianca in veste di first lady (circostanza che le aveva consentito di implementare una disastrosa riforma sanitaria),  ma anche l’attuale leader Barack Obama, vincitore indiscusso alle primarie del 2008.

Non siamo arrivati al cielo, eppure la nostra stella non si è affatto spenta. Possiamo essere sicuri che la prossima volta il cammino sarà più agevole“, era si limitata a commentare all’epoca. Una sconfitta pesante da sopportare, ma non totalmente imprevista.

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La platea statunitense infatti non aveva gradito il repentino cambiamento di Hillary. Soprattutto alla luce delle indiscrezioni in base alle quali la sua nomina a senatore dello stato di New York (1999)  sarebbe stata pianificata a tavolino con l’allora consigliere Harlod Ickes in seguito all’impeachment che l’anno precedente aveva quasi esautorato l’augusto consorte, su cui gravava l’accusa di falsa testimonianza e ostruzione della giustizia (affaire Lewinski).

L’arrivismo politico e le strategie successivamente adottate per concretizzare l’ambizioso progetto da tempo accarezzato (la guida degli Usa) hanno profondamente intaccato l’aura di affidabilità da cui era avvolta. Colei che a lungo aveva dominato la scena mondiale conquistando le copertine dei maggiori tabloid e incarnando il prototipo della donna in carriera  stava insomma ostentando un aspetto quasi sconosciuto al grande pubblico.

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Un fattore penalizzante la cui eco riecheggia rumorosamente persino sulla campagna presidenziale in atto. Malgrado l’ascesa nei sondaggi del socialdemocratico Bernie Sanders l’abbia indotta a reimpostare la propaganda su tematiche sociali, Hillary non ha finora saputo far breccia nel cuore dell’elettorato femminile, che a quel temperamento volitivo aveva cercato di ispirarsi nelle battaglie quotidiane.

Non siamo  meno femministe“, ha ammesso qualcuna, “ma preferiamo attendere un altro turno per eleggere una presidentessa, perché a dispetto della recente conversione alle cause progressiste, Clinton ricorda più Margaret Thatcher che Eleanor Roosevelt“.

Non è stata capace nemmeno di sedurre i giovani, gli emarginati, gli sfiduciati, ossia i promotori di Occupy Wall Street, movimento di protesta che alcuni anni orsono aveva cercato di evidenziare la situazione paradossale di un paese  dove in aperto spregio alla crisi economica e alla disoccupazione dilagante i banchieri e i magnati  (circa l’1% su scala nazionale) non  cessavano  di accumulare ingenti profitti. Un fenomeno tuttora persistente.

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L’establishment dell’economia, delle corporazioni  e della politica non può essere facilmente abbattuto. Il risultato è che gli oligarchi  seguitano a dilapidare somme enormi per acquisire maggioranze repubblicane nel Congresso e non smettono di dispensare milioni di dollari per sostenere la candidata per antonomasia (beneficiaria oltretutto di consistenti elargizioni private da parte dei colossi finanziari di rilevanza globale (quali Goldman Sach’s) e perciò ritenuta diretta emanazione del sistema. Tuttavia nulla è davvero assodato.

Almeno fino al 7 luglio prossimo infatti – data in cui a Philadelphia avrà luogo la Convention del Democratic Party  – il  rivale di partito dell’ex Segretario di Stato non ha affatto intenzione di ritirarsi dalla corsa alla leadership della federazione. Dopotutto sta combattendo una crociata contro i poteri forti evocando assistenza medica indiscriminata, tassazione dei profitti bancari speculativi, abbattimento dei costi universitari, opportunità lavorative.

Rivendicazioni caldeggiate dalle masse ed emblematicamente esulanti dalle argomentazioni di entrambi gli attori accreditati alla sfida finale: una noncuranza passibile di determinare l’esito del gioco sul complesso scacchiere statunitense.

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