DI MARUSKA ALBERTAZZI
Maruska Albertazzi
Cara Virginia,
abbiamo un po’ di cose in comune, io e te. Siamo quasi coetanee, ci siamo sposate in Chiesa, abbiamo un figlio maschio della stessa età. Io credo di essere un po’ più simpatica di te, ma quasi quasi ci riesce pure la Meloni, non è che sia chissà che merito. Di certo tu sei più tosta di me. Meno incline ai romanticismi, più pratica. Mi piace questa cosa, credo andremo d’accordo.
Certo, abbiamo idee un po’ diverse su alcune questioni etiche, tipo la maternità surrogata o le adozioni alle coppie gay, ma siamo onesti. Mio marito, sotto sotto, la pensa come te, eppure non chiederò il divorzio per questo. Sarei ipocrita se dicessi che il tuo pensiero in merito mi preoccupa più del suo.
Se sarai eletta, dovrai amministrare la città. Che è un lavoro da bravo commercialista, più che da politico. Dovrai cercare di far mangiare tutta la famiglia con pochi spiccioli, e lì le tue doti da brava massaia ci serviranno. Ci servirà qualcuno che non faccia la cresta, che non faccia il passo più lungo della gamba, e che pensi alle buche su cui ogni giorno le donne incinta, surrogate e non, rischiano un parto prematuro prima che alle Olimpiadi.
Ecco, su sta cazzata delle Olimpiadi il tuo concorrente ha definitivamente perso il mio voto. Perché se a vent’anni pensi in grande, a quaranta hai imparato che se prima non risolvi il piccolo, il grande serve a poco, e ti fanno saltare i nervi quelli che dicono il contrario. Insomma, Virginia, io sta storia della funivia la lascerei perdere, e mi concentrerei sulle piccole grandi cose quotidiane che secondo me riuscirai a gestire bene. A chi ti rimprovera di non avere una squadra pronta, risponderei che è sempre meglio che averne una in cui la lotta per la poltrona precede i risultati delle elezioni.
Dai retta a me, conosco bene il partito del tuo concorrente, e ha tantissimi soggetti validi al suo interno. Per tua fortuna, loro hanno la strana, incomprensibile abitudine di affossarli con metodo prima che possano arrivare a far qualcosa di buono. Quindi, stai serena, non riusciranno a spuntarla.
Per chi ti accusa di aver paura di vincere, digli pure che ti capisco. Chi si sentirebbe davvero sereno all’idea di avere a che fare con una città come Roma? Io no di certo. E chi dice di esserlo, sereno, ha qualcosa che non va. Perché i soldi sono sempre meno, le cose da fare sempre di più, i buffi sempre più ingestibili e il disastro sempre più imminente. E qualunque cosa farai, sarai sempre sommersa da quintali di merda a prescindere.
Ma tu sei tosta, antipatichella, saccente e cazzuta. Puoi farcela.
Sinceramente,
Maruska Albertazzi
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